Vanda Bonardo

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Colloqui di Dobbiaco 2018

Montagne e cambio di clima

articolo CipraIl territorio montano per la sua specificità reagisce con estrema sensibilità al mutamento del clima e quindi ne rappresenta un vero e proprio sistema di preallarme climatico. Negli ultimi 150 anni le Alpi hanno registrato un aumento delle temperature di quasi due gradi centigradi: più del doppio della media globale dell’intero pianeta. La natura, qui particolarmente reattiva, impone la veloce costruzione di strategie di adattamento sia nell’economia montana (turismo e non solo) sia nella pianificazione territoriale soprattutto per quel che concerne la prevenzione dei pericoli. Strategie che se adeguatamente sviluppate potrebbero costituire un modello di futuro climaticamente sostenibile, di riferimento per le regioni di ogni parte del mondo.

Fenomeni significativi tutt’altro che trascurabili si hanno già da qualche tempo a causa del ritiro dei ghiacciai e dello scioglimento del permafrost. In soli cinquanta anni la superficie dei ghiacciai si è ridotta in Italia del 27%, in Piemonte addirittura del 44%. A quote comprese tra i 2300 e i 2800 metri sul livello del mare si sta aggravando il fenomeno dell’erosione. Il rapporto tra rischio idrogeologico e cambiamento climatico include molteplici interazioni con altri effetti del cambiamento climatico, sia in termini di impatti che di differenti strategie di adattamento. Gli effetti del cambiamento climatico sulle zone alpine non comportano solo impatti negativi sul turismo invernale in seguito alla ridotta disponibilità di neve sulle piste da sci, ma anche variazioni nel rischio di inondazioni e di frane a causa dello scioglimento accelerato di neve e ghiacciai, nonché l’aumento del rischio di inondazioni per la tracimazione dei laghi glaciali.

L’effetto combinato delle temperature più elevate e della probabile maggiore frequenza di precipitazioni intense accentua il pericolo di instabilità dei versanti (smottamenti, cadute di massi, crolli in massa di pareti di roccia) e di colate detritiche. In quest’ambito è notevole il potenziale delle strategie di adattamento, mirate a minimizzare l’impatto sul benessere delle persone esposte al rischio di inondazioni e frane, sulle risorse naturali coinvolte e sul potenziale di crescita economica delle zone a rischio.Il cambiamento climatico nelle zone montane si configura  come un elemento ulteriore di dissesto geologico suscettibile di aumentare lo stress su strutture abitative, infrastrutture turistiche e di trasporto, rischio per l’incolumità delle popolazioni residenti e fonte di crescenti perdite economiche. È quindi estremamente importante che l’impatto del cambiamento climatico in montagna sia preso in debita considerazione nella definizione delle strategie di protezione dal rischio idrogeologico

Allo stesso modo per effetto delle consistenti variazioni delle precipitazioni annue (ivi comprese le probabili riduzioni) oltre che della maggiore evaporazione, il deflusso delle acque e – di riflesso – la produzione di energia elettrica nei prossimi anni potrebbero subire un calo del 5–10%. L’aumento della temperatura delle acque comporterà inoltre una riduzione dell’effetto di raffreddamento per le centrali termiche. Durante la torrida estate del 2003, per due mesi le centrali nucleari svizzere hanno prodotto il 25% in meno di energia elettrica (pari una riduzione del 4% della produzione annuale).

Ciò nonostante la montagna non è inserita tra i temi della Conferenza ONU sul Clima di Parigi-COP21. Si auspica pertanto che gli Stati impegnati nella Conferenza, oltre a dimostrarsi capaci di reali impegni in termini di riduzione dei gas climaterianti, con limiti vincolanti per i singoli Stati, sappiano tenere in debita considerazione la fragilità e la preziosità delle aree montane e delle comunità che vi abitano anche in considerazione dei benefici che possono derivare per l’intero pianeta. Inoltre occorre migliorare la conoscenza e gli scambi di buone pratiche sugli adattamenti in montagna, rinforzare le reti esistenti e i tanti centri di eccellenza per una montagna più sostenibile. In tal senso va anche aperta una speciale finestra nel Green Climate Fund per sostenere le aree montane e soprattutto i Paesi in via di sviluppo con ecosistemi montani fragili dove sono a rischio popolazioni che vivono al limite della sussistenza.

Vanda Bonardo                                                                                                                                                                                       Direttivo Cipra Italia, responsabile nazionale Alpi Legambiente

Ivrea 7-11-2015

 

SEL EPOREDIESE SU TRATTAMENTI DI PIROGASSIFICAZIONE A BORGOFRANCO

Ivrea,6 ottobre 2013

pir borgoRelativamente al progetto di pirogassificazione proposto nel comune di Borgofranco nell’esprimere il proprio punto di vista Sinistra Ecologia e Libertà vuole  innanzitutto ricordare la sua posizione sul ciclo dei rifiuti.

Alla base di ogni scelta in materia di rifiuti va posta – a nostro parere – particolare attenzione al trattamento dei rifiuti stessi e alle soluzioni tecnologiche, poiché per  ogni scelta  di trattamento dei rifiuti residui occorrerebbe sempre prevedere una soluzione tecnologica che non ponga limitazioni alla riduzione e al riciclaggio.

Nella nostra prospettiva infatti la raccolta differenziata, il recupero e il riciclaggio non rappresentano un aspetto marginale ed integrativo di un altro sistema impiantistico, per noi rappresentano il sistema, il nostro futuro.  Per questo riteniamo indispensabile valutare tutte le ricadute che un impianto di riciclaggio e di trattamento a caldo, quale quello di Borgofranco, possono offrire, dall’ambito energetica, ambientale, economico e occupazionale, con relative interazioni. Adottiamo quindi un metodo di valutazione trasparente e senza pregiudiziali che non escluda un’attenta analisi di costi e benefici.

Ciò premesso, non ci vogliamo esimere dal seguire con  la dovuta attenzione l’evolversi delle nuove  tecnologie, ben sapendo che sarà molto difficile individuare una soluzione che risolva i complessi problemi legati al ciclo e riciclo dei rifiuti.In tal senso condividiamo la posizione del circolo Legambiente Dora Baltea,  impegnato nel Comitato DORA BALTEA CHE RESPIRA insieme a cittadini ed amministratori, che esprime una posizione di netta contrarietà alla realizzazione dell’impianto industriale e di intervento/controllo sulla sperimentazione.

Allo stesso modo chiediamo ai nostri amministratori, per quanto possa loro competere, di essere coerenti con questa impostazione e facciamo nostre le preoccupazioni espresse nell’appello del Comitato. Ribadiamo pertanto la necessità che:

1.nessuna decisione attinente a temi ambientali e di salute pubblica venga presa da parte della sola Amministrazione Comunale di Borgofranco;

2.pur consapevoli dei limiti di un Referendum consultivo (unico strumento previsto dalla  normativa vigente), per favorire la partecipazione si indìca un Referendum tra i cittadini di Borgofranco e dei Comuni limitrofi, nel caso venga chiesto di realizzare l’impianto industriale;

3.come già chiesto dai Comuni di Andrate, Carema, Chiaverano, Nomaglio, Quassolo, Quincinetto,Settimo Vittone e Montalto Dora, tutti i dati relativi all’impianto sperimentale (qualità del gas,quantità e qualità degli scarti), siano pubblici. Devono essere monitorate in particolare le emissioni dei motori che bruciano il gas.

Il circolo Sinistra Ecologia e Libertà Eporediese

documento Alpi di Legambiente

ecco, scaricabile, il nuovo documento Alpi di Legambiente.Documento Alpi Legambiente agosto 2013

Testo che ho coordinato in qualità di responsabile nazionale Alpi di Legambiente.

firma PETIZIONE IPLA

 

“Noi sottoscritti rivolgiamo un pressante appello al Presidente della Regione Piemonte, Roberto Cota, affinché le competenze di elevato valore scientifico, intellettuale e operativo, residenti oggi in IPLA SpA vengano mantenute al servizio della Regione e dei suoi cittadini.

Non si tratta di salvare una sigla o una ragione sociale ma di individuare come valorizzare il lavoro ultratrentennale che l’Istituto ha svolto in ambito ambientale e sulla “green economy”.

Il futuro dell’economia regionale, nazionale ed europea da più parti è individuata nella cosiddetta “economia verde”. L’IPLA in questi anni ha garantito il rilevamento e la gestione di una mole enorme di dati su foreste, biodiversità, rifiuti, suoli, patologie ambientali (lotta alle zanzare) e tartufi e gestisce le banche dati naturalistica e pedologica della Regione. La pianificazione in ambito agrario ed ambientale utilizza giornalmente le elaborazioni e i progetti che IPLA ha nel tempo realizzato.

Disperdere questo patrimonio di conoscenze riteniamo sia una scelta poco lungimirante. Per questo Le chiediamo un intervento che possa costruire un percorso verso il futuro anche in considerazione del fatto che la recente sentenza della Corte Costituzionale ha dichiarato illegittima la parte della legge sulla Spending Review che imponeva l’alienazione e/o la liquidazione delle società partecipate regionali.

L’IPLA del futuro potrà e dovrà supportare concretamente la realizzazione di adeguati investimenti sull’ambiente e sulle produzioni sostenibili e i possibili ritorni in termini di sviluppo economico del territorio rurale”.

FIRMA LA PETIZIONE

Ripensare l’idroelettrico

Ripensare l’idroelettrico

Preone (UD) Sabato 8 giugno 2013

INTRODUZIONE

di Vanda Bonardo, Legambiente

2013_06_08_Adesivo_PREONE2205Vorrei introdurre questo convegno provando a inserire l’argomento di oggi all’interno di un contesto più ampio. Ritengo infatti che la questione dell’idroelettrico, pur nella sua specificità, meriti una riflessione più ampia, in relazione al ruolo e alla natura del territorio alpino.

Le Alpi sono molteplici e differenti tra loro, pur tuttavia esistono elementi e problematiche che le accomunano, fra queste sicuramente l’idroelettrico. Un problema che, come per molte altre questioni montane, va affrontato evitando i due estremi opposti: l’uno arreso al fatalismo dell’abbandono, l’altro all’ineluttabilità della colonizzazione cittadina.

Oggi sarebbe importante riuscire a pensare a un ruolo nuovo e strategico da affidare alle Alpi, innazitutto per quel che concerne le risorse naturali e le identità territoriali. A questo scopo giova ricordare l’importanza della qualità culturale del contesto territoriale, utile, se non indispensabile per coniugare le moderne attività con le più esperienze tradizionali.

Perchè non pensare ad una smart grid anche per la montagna? Un’ottimizzazione dei sistemi che preveda un intelligente consumo e controllo delle risorse, ovviamente supportati dall’introduzione di  nuove tecnologie.In tal modo  le Alpi  potrebbero avviarsi a divenire un grande laboratorio di sostenibilità.

La realizzazione di sistemi avanzati e “intelligenti” di integrazione delle reti di trasmissione dell’elettricità, insieme all’accessibilità digitale potrebbero costituire una buona base per la nascita di una smart grid di montagna.

Fondamentale permane il ruolo della pianificazione e quindi del controllo e indirizzo pubblico di beni come l’acqua (un esempio potrebbe essere l’Agenzia regionale per le risorse idriche e l’energia di cui si discuterà oggi pomeriggio).

Non disgiunto dall’uso della risorsa acqua, nelle scelte politiche  di governo c’è l’uso, o meglio il  consumo di suolo con le sue perverse correlazioni con gli oneri di urbanizzazione.Il motivo è comprensibile anche se non giustificabile, infatti qui, come altrove, chi amministra si deve confrontare con la necessità quotidiana di fornire, in un periodo di crisi, quei servizi essenziali e indispensabili alla popolazione.Oltre alle limitazioni del patto di stabilità, c’è il fondato timore che il forzato rispetto del fiscal compact  riduca ulteriormente i contributi statali con l’evidente rischio di una maggior bisogno di far cassa attraverso  oneri di urbanizzazione e/o royalty di vario genere.Ovviamente con esiti nefasti sul consumo del territorio e sul regime dei suoli e delle acque.

All’interno di una visione più ampia di governance sarebbe utile operare in termini di trasferibilità di progetti e apprendimenti territoriali tra le varie realtà. Per questo scopo la  Macroregione alpina potrebbe essere assunta come strategia di riferimento, innanzitutto per promuovere forti e nuove politiche di sistema.In questo processo è indispensabile  che la Convenzione delle Alpi ed i suoi protocolli  diventino i pilastri della strategia per la Macroregione alpina. Al contempo occorre evitare che il territorio alpino sia subalterno alle aree metropolitane e di pianura.In tal senso deve essere chiaro a tutti  che la Strategia Macroalpina europea  è ben altra cosa rispetto alla macroegione del nord (Italia) sostenuta da alcune forze politiche italiane.Dirimente in tal senso  sarebbe  la determinazione ad attuare effettivamente  la Convenzione delle Alpi.

La piattaforma Energia istituita dalla Conferenza delle Alpi potrebbe divenire uno strumento importante per la promozione e la sperimentazione di tecnologie innovative nelle fonti rinnovabili e nell’efficienza energetica.Tuttavia è auspicabile che per far fronte alle sfide del cambiamento climatico, accanto al ricorso alle nuove tecnologie per la produzione di energia da fonti rinnovabili, siano rilanciate politiche di risparmio ed efficienza energetica. E’ indispensabile oggi  che si comprenda che il territorio alpino, così sensibile e delicato, non si veda costretto a sacrificare ulteriormente il suo ambiente, i suoi paesaggi ed i suoi ultimi corsi d’acqua rimasti intatti in nome della produzione di energia.

E’ d’uopo ricordare che le Alpi , per  come sono fatte, reagiscono con estrema sensibilità al mutamento del clima e quindi ne rappresentano un vero e proprio sistema di preallarme climatico. Negli ultimi 150 anni  le Alpi hanno registrato un aumento delle temperature di quasi due gradi centigradi: più del doppio della media globale dell’intero pianeta. La natura, qui  particolarmente reattiva, impone la veloce costruzione di strategie di adattamento.

Per effetto delle consistenti variazioni delle precipitazioni annue, ivi comprese le probabili riduzioni, oltre che della maggiore evaporazione, il deflusso delle acque e, di riflesso, ad esempio la produzione di energia elettrica nei prossimi anni potrebbero subire un calo del 5–10%.

A causa del ritiro dei ghiacciai e dello scioglimento del permafrost, a quote comprese tra i 2300 e i 2800 metri sul livello del mare si sta aggravando il fenomeno dell’erosione. Le piogge più intense provocano inoltre un incremento del trasporto di sedimenti nei corsi d’acqua e, di conseguenza, anche nei laghi artificiali (trasporto di materiale solido in sospensione e di fondo), accelerando il processo di interramento e aumentando le problematicità ,di per sé già consistenti, dell’asporto dei sedimenti dai bacini artificiali.

A  quesi fenomeni sia aggiunge la variazione del regime idrogeologico e quindi delle portate, tutte da ricalcolare  e rivedere.

Le Alpi hanno un ruolo fondamentale nel bilancio energetico.Secondo un’ipotesi della CIPRA entro il 2050  tutte le Alpi potrebbero raggiungere l’autonomia energetica.  Il territorio alpino possiede molte risorse per far crescere il contributo delle fonti rinnovabili e per  questo occorre continuare o meglio accelerare lo sviluppo delle diverse fonti guardando con attenzione alle risorse presenti e al paesaggio, in modo da mettere al centro le vocazioni delle aree e ricercare il più efficace mix di offerta energetica.Da una parte le Alpi offrono fonti di energia rinnovabili quali l’acqua, il legno e il sole, già efficacemente utilizzate in diverse aree dell’arco alpino. Dall’altra parte invece, l’energia disponibile a livello alpino non viene ancora utilizzata con sufficiente efficienza e oculatezza. Per questo occorrono politiche  e scelte pianificatorie volte a controllare meglio le risorse ambientali .

In questo periodo di cambiamenti epocali, dove le rinnovabili  necessariamente assumeranno sempre più il ruolo di protagoniste, occorre  essere ben informati su cosa sta accadendo sul territorio e al contempo saper andare  oltre la verifica puntuale dei singoli impianti. Infatti ci sarà da comprendere come meglio si adattano le Alpi al cambiamento che vogliamo attuare, quali le potenzialità inespresse, quali i vincoli ambientali ed economici, anche in considerazione delle grandi diversità che le caratterizzano. L’idroelettrico è esemplare per la sua natura controversa.Se da un lato c’è un uso delle risorse idriche che persegue un fine ultimo di energia rinnovabile, dall’altro ce n’è uno che consente la vita economica (per via di fruizione, usi culturali e turismo) di km di valle che dal fiume traggono senso.

La nostra è certamente una sfida di portata epocale verso un modello basato sulle fonti rinnovabili e quindi distribuito e più democratico, più attento all’uso delle risorse presenti nei territori, alla domanda di energia e all’efficienza dei sistemi di gestione di impianti e reti. Per questo  è urgente sostituire centrali obsolete, sostenere le migliori tecnologie, in specie rinnovabili,ma anche contenere la domanda di nuovi impianti, lavorare per la generazione distribuita, lo scambio locale .

Ovunque occorre accompagnare il percorso con un’analisi costi/benefici che sappia cogliere tutti i termini della questione, dai costi diretti di costruzione, di gestione, a quelli indiretti come la fruizione mancata, l’uso turistico impedito, la perdita di valore degli immobili, l’occupazione, la bellezza ambientale, l’equilibrio geologico, geomorfologico e idrologico e il rischio nel suo complesso.

La maggiori associazioni ambientaliste oggi a Montecitorio per incontrare Bersani

“C’E’ BISOGNO DI UNA SVOLTA VERDE PER RILANCIARE L’ITALIA”

Incontro con Bersani che punta su un Programma d’Attacco

ass.ambient“Se, come detto dall’onorevole Bersani, il nuovo Governo deve definire un ‘Programma d’attacco’, per rilanciare il Paese si deve puntare decisamente sul Green Deal, su una Svolta per un’economia verde e rigenerativa che deve costituire il fulcro dell’agenda del futuro Governo, valorizzando gli elementi di forza (parchi, biodiversità, patrimonio culturale, produzioni di qualità), garantendo una roadmap verso il 100% di energie rinnovabili, un programma di piccole e medie opere immediatamente cantierabili per il risanamento e la manutenzione del territorio e una ri-conversione ecologica del nostro apparato produttivo che ricomprenda i costi ambientali per evitare che le minacce e i danni ambientali provocati dalle produzioni inquinanti ricadono sui cittadini e mettano a rischio anche gli asset di forza del Paese”, così commentano le maggiori associazioni ambientaliste CAI – Club Alpino Italiano, FAI – Fondo Ambiente Italiano, Federazione Pro Natura, Greenpeace Italia, Legambiente, Touring Club Italiano, WWF che hanno avuto un incontro questa mattina dalle 13.00 alle 14.00 a Montecitorio con l’onorevole Pierluigi Bersani, che ha ricevuto il mandato esplorativo dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

“Apprezziamo che per la prima volta nella storia repubblicana si chieda un incontro anche con le associazioni ambientaliste, riconoscendo loro un ruolo fondamentale nel contribuire con la tutela dell’ambiente, della biodiversità e dei beni culturali alla ricchezza della nazione”, aggiungono le maggiori associazioni ambientaliste, che hanno consegnato un sintetico documento su 10 temi 1.Energia e clima; 2. Trasporti e infrastrutture; 3. Consumo del Suolo, 4. Difesa del Suolo, 5. Bonifiche, 6, Biodiversità e aree protette, 7. Beni culturali e paesaggistici, 8. Turismo e ambiente, 9. Ministero dell’ambiente, 10. Diritti e delitti ambientali (vedi scheda di approfondimento in coda).

Le maggiori associazioni ambientaliste chiedono, anche, di dare piena attuazione alla Strategia Nazionale della Biodiversità, approvata nell’ottobre 2010, che stenta a decollare e di fissare un termine entro il quale approvare la nuova generazione dei Piani paesaggistici, che attendiamo dal gennaio 2010. Occorre che il Governo si occupi organicamente di Patrimonio culturale, della sua conservazione (tutela e cura), fruizione (turismo culturale) e ri-produzione di cultura”.

Le maggiori associazioni ambientaliste chiedono più coraggio nella ri-conversione ecologica dell’economia: “Il presupposto della Green Economy è la decarbonizzazione dell’economia e non quella di creare un “settore verde. – commentano le maggiori associazioni ambientaliste e aggiungono: “In questo senso, le proposte a breve presentate nel Programma di Governo dell’on. Bersani, ampiamente condivisibili nello specifico, vanno inserite in un quadro nuovo che preveda la progressiva fuoriuscita dalle fonti fossili. E’ necessario rivedere in quest’ottica la “Strategia Energetica”da poco approvata dal governo uscente: eliminare progressivamente l’uso del carbone e dell’olio combustibile nel settore elettrico, fermare le trivelle a mare, garantire strumenti efficaci e snelli alle rinnovabili per uno scenario 2050 a zero emissioni di CO2. Anche nel settore delle grandi opere si chiede chiarezza: si deve definire un Piano nazionale per la mobilità che serva a dare risposta ai gravi problemi di congestione e di inquinamento delle nostre città, abbandonare il Primo programma delle infrastrutture strategiche, che costituisce (con le sue 390 opere in elenco per 375 miliardi di euro) un’ipoteca per il futuro economico-finanziario e ambientale del Paese.”

Segue:
Scheda di approfondimento “Punti per una ri/conversione ecologica del Paese”

Roma, 25 marzo 2013

Gli Uffici Stampa
WWF Italia, Tel.: 06 84497 265/213; 02 83133233
Legambiente: 06 86268376 – 53
Touring Club Italiano, Tania Rao Torres/Chiara Catella Tel. 02 8526214; Cell.3493371029

Scheda di approfondimento:

PUNTI PER UNA RI/CONVERSIONE ECOLOGICA DEL PAESE
INCONTRO CON L’ON. PIERLUIGI BERSANI DEL 25 MARZO 2013

Quelle che vengono descritte qui di seguito sono alcune delle principali priorità individuate dalle maggiori associazioni ambientaliste CAI, FAI, Federazione Pro Natura, Greenpeace Italia, Legambiente, Touring Club Italiano, WWF tra le 80 proposte e 12 filoni tematici che sono stati illustrati nel Documento pre-elettorale “Agenda ambientalista per la Ri/Conversione ecologica del Paese”.

• ENERGIA E CLIMA – Confermare misure immediatamente applicabili quali gli sgravi del 55% per l’efficienza energetica degli edifici, ma nel contempo definire anche il quadro complessivo di intervento attraverso la convocazione di una conferenza energetica nazionale che veda la partecipazione delle organizzazioni non governative e abbia come obiettivo la revisione della Strategia Energetica Nazionale, approvata recentemente con decreto interministeriale. Revisione basata su due assi di intervento/obiettivi: 1. l’Obiettivo del 100% Rinnovabili al 2050 definendo una strategie di transizione che porti all’abbandono progressivo delle centrali alimentate con combustibili fossili, procedendo subito a non costruire nuove centrali a carbone ed ad olio combustibile e rinunciando a al piano di trivellazioni petrolifere off shore; 2. la definizione di una Roadmap nazionale di Decarbonizzazione e di uso efficiente delle risorse per i settori di produzione dell’energia elettrica, dei trasporti, dell’industria e dei servizi che sostengano la Green Economy.

• TRASPORTI E INFRASTRUTTURE – Procedere subito: 1. con tutti gli atti necessari alla liquidazione della Stretto di Messina Spa e alla caducazione dei rapporti concessori, convenzionali e contrattuali con il GC Eurolink, 2. ad un dibattito pubblico che porti ad individuare priorità di intervento per il potenziamento delle linee ferroviarie esistenti alternative alla trasversale ad AV a cominciare dalla Torino-Lione (come sta già avvenendo sull’asse Venezia-Trieste da parte del commissario governativo Bartolo Mainardi); 3. ad emendare l’art. 1 della Legge Obiettivo, l. n. 443/2001, laddove stabilisce che il Primo programma sia “automatica integrazione” del Piano Generale dei Trasporti e della logistica. In un quadro di più ampio respiro rivedere profondamente le procedure derivanti dalla Legge Obiettivo garantendo sedi di confronto tecnico, l’informazione e la partecipazione della cittadinanza e definire un Piano nazionale della mobilità che superi il Primo Programma delle infrastrutture strategiche (lievitato in maniera incontrollata tra il 2001 e il 2012 dai 125,8 miliardi di euro ai circa 375 miliardi di euro attuali) e abbia come priorità l’intervento organico nelle aree urbane, il riequilibrio modale dalla strada alla ferrovia in particolare per le merci e la riduzione delle emissioni di gas serra.

• CONSUMO DEL SUOLO – dal punto di vista delle modifiche puntuali alla normativa attuale: 1. definire una diversa modulazione del contributo di costruzione di cui all’art. 16 del DPR n. 380/2001 (Testo Unico Edilizia) in grado anche di premiare la riqualificazione statica e energetica del patrimonio edilizio; 2. reintrodurre il vincolo di destinazione del contributo di costruzione. escludendo che sia utilizzato per il finanziamento della spesa corrente. Dal punto di vista della innovazione normativa: a) elaborare una nuova legge di governo del territorio, che aggiorni la normativa urbanistica ferma al 1942, pervenire ad una legge sul contenimento per via normativa del consumo di suolo, non solo agricolo (partendo dal recente disegno di legge proposto sul tema dal ministro delle Politiche Agricole) e b) introdurre una imposta selettiva che disincentivi il consumo di nuovo suolo su aree esterne al già insediato e sui beni paesaggistici ai sensi del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, D.lgs. n. 42/2004.

• DIFESA DEL SUOLO – adoperarsi per un migliore coordinamento della normativa esistente e una identificazione chiara delle competenze e del sistema delle responsabilità, a partire dalle Autorità di distretto; aggiornare e adeguare i Piani di Assetto Idrogeologico nella logica multidisciplinare e sistemica della pianificazione di bacino, coerentemente con quanto previsto dalla Direttiva Quadro Acque (2000/60) e dalla Direttiva Alluvioni (2007/60) anche e soprattutto per favorire azioni per una politica di adattamento ai cambiamenti climatici. Garantire risorse adeguate e continue alla manutenzione del territorio e alla difesa del suolo. Il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare calcola che ci sia bisogno di 2,6 miliardi di euro l’anno per 15 anni per garantire la tutela e il ripristino degli equilibri idrogeologici ed ambientali.

• BONIFICHE – definire una strategia nazionale per garantire l’avvio concreto degli interventi di bonifica attraverso un’azione coordinata con le Regioni competenti (anche in relazione agli interventi non d’interesse nazionale) ed una messa in mora dei soggetti che ai termini di legge hanno l’obbligo di procedere ai ripristini ambientali ed alla messa in sicurezza dei siti contaminati. Infine, va ripristinato il reato di “omessa Bonifica”, previsto a suo tempo dall’art. 51-bis del Decreto legislativo n.22/1997 – c.d “Decreto Ronchi” che è stato sostanzialmente abrogato dall’art. 257 D.Lgs. n. 152/2006 e va cancellato il “condono” introdotto di fatto dall’art. 2 della legge n. 13/2009.

• BIODIVERSITA’ ED AREE PROTETTE – garantire subito nei provvedimenti di spesa, a partire dalla Legge di Stabilità, fondi sufficienti al funzionamento dei parchi terrestri e delle aree marine protette e organizzare la Terza conferenza nazionale delle aree protette in un quadro di certezze per la governance dei parchi nazionali e regionali. Operare perché si proceda alla progressiva integrazione degli obiettivi la Strategia Nazionale sulla Biodiversità approvata nell’ottobre 2010 con la programmazione nei diversi settori economici.

• BENI CULTURALI E PAESAGGISTICI – Per quanto riguarda i beni culturali, bisogna seguire le indicazioni date dal Presidente della Repubblica agli Stati generali della cultura il 15.11.2012. Occorre che il Ministero si occupi anche di cultura, di produzioni e di turismo culturali, oltre che di beni e di attività culturali, e bisogna al più presto reintegrare i Comitati tecnico-scientifici recentemente aboliti, rendendo monco il Consiglio Superiore. Il Ministero è in una situazione comatosa, pur avendo una capacità di spesa per investimenti di circa 500 milioni. Dispone per quest’anno di solo 90 milioni per mantenere e restaurare l’intero patrimonio: meno di un quinto di quanto è in grado di spendere in un anno. Servono, quindi, urgentemente almeno altri 200 milioni per permettere di compiere le sue funzioni ordinarie. Bisogna poi bloccare il taglio imminente di una cinquantina di soprintendenti e prevedere l’assunzione in tre anni di un migliaio di unità con varie qualifiche. Servono, poi, agevolazioni fiscali riguardo all’Iva, all’imposta sui redditi e alle sponsorizzazioni. I servizi aggiuntivi devono essere a breve reimpostati. E’ consigliabile consentire ai privati di dare il loro contributo progettuale, previsto d’altra parte nei codici dei beni culturali e dei lavori pubblici. Fondamentale è anche il rapporto con le Università, previsto nel progetto per Pompei, e che andrebbe sistematicamente adottato. Infine, per quanto riguarda il paesaggio, è da ricordare che nessun piano paesaggistico è stato fino ad ora approvato congiuntamente da Ministero e Regioni. Manca infatti nel Codice un limite di tempo per ottemperare a quest’obbligo di legge. Ciò si raccorda con la proposta della legge quadro nazionale per limitare l’uso dei suolo a fini costruttivi.

• TURISMO E AMBIENTE – Per definire una visione Paese e far crescere qualitativamente l’offerta e, dunque, per rendere l’Italia più competitiva sul mercato internazionale, si chiede un Piano nazionale per la qualità per consentire alle imprese di riposizionarsi e di sperimentare progetti di rete che impegnino gli operatori in percorsi condivisi e di crescita comune rispettando e promuovendo quelle attività innovative che valorizzano le vocazioni dei territori. Bisogna anche dedicare grande attenzione allo sviluppo del settore turistico del Mezzogiorno affrontando i problemi del buon uso del territorio, della criminalità e della sicurezza e del migliore impiego delle risorse derivanti dalla nuova programmazione dei fondi strutturali 2014-2020.

• MINISTERO DELL’AMBIENTE – Si deve bloccare la progressiva liquidazione del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare portando il suo bilancio annuale dagli attuali 450 milioni ad almeno 700 milioni di euro l’anno, per consentire di avere le risorse sufficienti per finanziare anche interventi in particolare nel settore della difesa del suolo. Si deve istituire inoltre un’Agenzia nazionale autonoma per i controlli ambientali, che svolga a questo fine attività ispettive, analitiche e di ricerca sul campo e coordini un sistema integrato di agenzie ambientali.

• DIRITTI E DELITTI AMBIENTALI – Si ritiene che si possa procedere a breve alla tutela penale dell’ambiente avendo come riferimento la proposta elaborata nella XV Legislatura dalla Commissione Bicamerale sul ciclo dei rifiuti, che aveva visto il consenso delle diverse forze politiche. Inoltre, se la legislatura avrà respiro si ritiene opportuna la introduzione, tra i principi fondamentali della Costituzione, del diritto alla tutela dell’ambiente da declinarsi, oltre che come diritto soggettivo, anche in termini di dovere, specie nei confronti delle successive generazioni.

Commenti di Vanda Bonardo al Convegno: La sfida del mercato dei crediti di carbonio nel settore agroforestale

Convegno:
La sfida del mercato dei crediti di carbonio nel settore agroforestale in Italia e in Piemonte
TORINO – Museo Scienze Naturali 18 Marzo 2013

Il problema dell’elevata concentrazione di CO2 può essere affrontato riducendo le emissioni, ma anche aumentando lo stoccaggio del carbonio (nelle foreste e nel suolo).

A questo scopo esistono mercati di crediti regolamentati per legge e mercati che operano su base volontaria.images

Lo Stato italiano a partire dal 2008 utilizza i crediti di carbonio generati dal settore forestale per il raggiungimento degli obiettivi del Protocollo di Kyoto, però senza aver ancora attivato un meccanismo di compensazione per i proprietari e i gestori.

L’applicazione delle indicazioni del Codice presentato nel convegno dell’IPLA si propone come forte iniziativa di auto-regolamentazione su base volontaria, supportata da ampio consenso delle parti sociali e imprenditoriali coinvolte e basata sulle best practices maturate in altri paesi, in attesa che lo Stato intervenga con chiarimenti normativi sui diritti di proprietà dei crediti e/o sui metodi di compensazione diretti ed indiretti dei gestori forestali e agricoli, anche al fine di prevenire il doppio conteggio e la doppia remunerazione dei crediti.

Con il Codice qui proposto si va a delineare un percorso verso il mercato volontario dei crediti di carbonio forestali in Italia.

In altre parole l’obiettivo è quello di trovare un compromesso utile a coordinare efficacemente l’azione istituzionale e le attività volontarie degli imprenditori per il raggiungimento degli impegni sottoscritti dal nostro Paese nell’ambito del Protocollo di Kyoto.

La metodologia proposta è quella usata con successo nella regione Veneto (e Friuli) con il progetto LIFE Carbomark.

Per questo occorre che e istituzioni (Regioni e Stato) da anni chiamate a prendere una posizione sul mercato volontario del carbonio oggi finalmente si decidano a svolgere il proprio compito.

A differenza del mercato regolamentato che vincola esclusivamente i “grandi emettitori”, il mercato volontario può coinvolgere quelli piccoli e medi. Da sottolineare quindi l’importanza della vicinanza tra i soggetti che inquinano e le potenziali iniziative di mitigazione intraprese nelle nostre valli (importanza della scala locale per il conseguimento dei benefici). Potendo coinvolgere i piccoli e i medi (molti numerosi in Piemonte) si dà la possibilità di ulteriori e consistenti risparmi non previsti dai trattati internazionali.

In questo meccanismo virtuoso non è per nulla disdicevole il fatto che si può generare reddito in zone svantaggiate, come ad esempio le aree montane dando valore al servizio di fissazione del carbonio fornito dal’ecosistema forestale. In tal modo si può contribuire a promuovere lo sviluppo delle aree montane e rurali del paese,anche attraverso la creazione di occupazione e la diversificazione delle attività produttive.

E’ un buon metodo per sostenere la gestione attiva del territorio, attraverso un utilizzo sostenibile dei boschi nazionali, per contribuire alla riduzione dell’erosione, alla conservazione e al miglioramento del suolo, alla regolazione di regimi idrici e promuovere il miglioramento delle risorse naturali e del paesaggio rurale ( a tutti è noto quanto ci costano le alluvioni e le frane!!!).

Proprio a partire da questi aspetti fortemente positivi e quindi meritevoli di sostegno, per l’occasione con il mio intervento ho evidenziato l’importanza della costruzione di consapevolezza nelle istituzioni e nei cittadini, spesso non a conoscenza di questi elementi e al contempo la necessità di avere una risposta concreta da parte delle Istituzioni. In specifico il riferimento è alla Regione Piemonte per quanto concerne il sostegno al mercato attraverso:
• i necessari piani forestali regionali e le conseguenti azioni
• un deciso e convinto intervento nel rapporto Stato-Regioni per ottenere che lo Stato ottemperi ai sui doveri
• un riconoscimento del ruolo indispensabile ed importante svolto dall”IPLA e quindi una restituzione della necessaria stabilità all’ente affinché possa svolgere adeguatamente il proprio lavoro.

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