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Legambiente presenta Carovana delle Alpi 2013,

Roma, 25 luglio 2013                                                                                                                                                                                             Comunicato stampa

la campagna che fa il check up dello stato di salute dell’arco alpino 

Assegnate 11 bandiere nere ai nemici della montagna e 7 bandiere verdi a chi, invece,

la valorizza con pratiche ecosostenibili

CarovanaDelleAlpiSono un paradiso di bellezza e di biodiversità, un patrimonio da difendere e valorizzare. Sono le Alpi, un gioiello unico troppo spesso oggetto di una cattiva gestione del territorio e di abusi edilizi. A denunciare ciò è Legambiente che dal 2002 con la Carovana delle Alpi attraversa tutto l’arco alpino per effettuare un “check up” sullo stato di salute dell’ambiente assegnando le bandiere nere e quelle verdi. Quest’anno sono undici le bandiere nere che l’associazione ambientalista dà ai nemici della montagna, per i danni causati al territorio da amministrazioni e società. Delle 11 bandiere nere, 3 sono state assegnate rispettivamente in Friuli Venezia Giulia e in Lombardia, 2 in Piemonte, una rispettivamente in Veneto, Trentino e Valle D’Aosta. Undici storie di “pirati” delle Alpi che hanno in comune una visione distorta della valorizzazione turistica del territorio, favorendo così una selvaggia speculazione. Non mancano però le buone pratiche ecosostenibili e le idee positive per uno sviluppo locale green, come testimoniano le sette le bandiere verdi date, invece, a chi ha saputo valorizzare l’arco alpino. In prima linea ci sono le esperienze modello di alcune amministrazioni comunali, di aziende agricole, stabilimenti, associazioni e comitati del Friuli Venezia Giulia (2 bandiere verdi), Veneto (1), Trentino (1), Lombardia (1), Piemonte (1) e Valle d’Aosta (1) che puntano, ad esempio, sulla reinterpretazione e scoperta della tradizione agricola e a soluzioni ecocompatibili per la valorizzazione del patrimonio forestale locale.

“La fotografia scattata dalla Carovana delle Alpi 2013 – dichiara Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente – dimostra che c’è ancora molto da fare per la tutela e la valorizzazione delle Alpi. Serve infatti una maggiore difesa e valorizzazione di questo splendido territorio, ricco di storia, di risorse naturali e culturali. Investire sull’ambiente alpino significa dare impulso all’economia locale, creare occupazione e creare le condizioni per migliorare la possibilità di “abitare” la montagna. Questi risultati passano anche attraverso la possibilità di far conoscere la bellezza di questi luoghi grazie anche ad un turismo ecosostenibile. Le località montane racchiudono in sé un grande potenziale in termini di risorse naturali ed economiche che le amministrazioni locali, quasi sempre prime destinatarie delle Bandiere Nere, devono interpretare e usare al meglio attraverso uno sviluppo basato sulla green economy e attuando appropriate politiche di gestione del territorio più sostenibili. Troppo spesso ci siamo dimenticati che la qualità e la sicurezza della pianura dipendono dall’uso che si fa dei territori montani, è in questo senso che le Alpi sono un bene comune di tutti”.

BANDIERE NERE – Quest’anno tre bandiere nere vanno al Friuli Venezia Giulia. La prima è stata assegnata  alla società Edipower per la colata di fango verificatasi a valle della diga di Saurisi. La seconda agli organizzatori regionali del Giro d’Italia per l’abbattimento di centinaia di alberi sull’Altopiano del Montasio. La terza bandiera nera va all’Anas e al Friuli Venezia Giulia Strade per gli interventi attuati sulla viabilità della Carnia e del Canal del Ferro. Tra le cause dei vessilli neri, assegnati da Legambiente ai “nemici” delle Alpi, resta la speculazione edilizia che, in nome del turismo, apre possibilità e spazi per la cementificazione d’alta quota. Bandiere nere in Veneto ai comuni di Roveré Veronese, San Mauro di Saline e Velo Veronese (Verona) per aver falsato le previsioni demografiche espresse nel Piano di Assetto del Territorio Intercomunale finalizzate prevalentemente alla cementificazione del territorio, incoerente quindi con il più volte citato sviluppo sostenibile all’interno del P.A.T.I. Altra bandiera nera va al Trentino, alla comunità di Valle delle Giundicarie per aver votato un documento preliminare del Piano Territoriale di Comunità che, senza una seria analisi dei limiti e delle potenzialità del mercato turistico, prevede un ulteriore pesantissimo sacrificio di territorio e di naturalità, con un altro ampliamento delle aree sciabili in zone ancora intonse e di grande pregio ambientale e paesaggistico.

Alla Lombardia Legambiente assegna tre bandiere nere. La prima va a Raffaele Cattaneo, ex assessore alle infrastrutture e mobilità della Regione, per la superficialità e l’approssimazione, di cui è politicamente responsabile, con le quali sono state condotte le procedure di appalto e l’avvio dei lavori della tratta ferroviaria Arcisate-Stabio, opera strategica per il territorio. E per aver lasciato senza servizio ferroviario e con un cantiere fermo i centri della Valceresio, privilegiando contestualmente l’avvio e la prosecuzione di costose e inutili opere stradali. La seconda bandiera nera va all’Anas per la viabilità della SS36 e ai ripetuti collassi delle gallerie nel tratto fra Dervio e Colico, a causa di inadeguate tecniche costruttive in presenza di una difficile situazione geologica. La terza bandiera nera va al sito web www.ruralpini.it per la controinformazione e l’approccio, ingiustificatamente allarmistico, alla complessità della gestione dei grandi predatori in ambiente alpino, che mira a vanificare l’esito di un importante ritorno, quello di lupi e orsi nelle Alpi italiane. Anche il Piemonte non va bene: bandiere nere alla Provincia di Cuneo – Assessorato Ecologia e tutela ambiente – Rifiuti – Risorse idriche, energetiche e naturali – Cave e torbiere per la scarsa iniziativa nel proporre politiche sostenibili per il territorio e la gestione dell’acqua nella Provincia di Cuneo, per la poca attenzione agli esiti del referendum e per l’inefficacia nel tutelare le acque superficiali da varie forme di sfruttamento. E la bandiera nera va anche alla Regione Piemonte, per il secondo anno consecutivo, per l’assenza di politiche volte alla tutela, alla regolamentazione e alla valorizzazione della montagna. Infine in Valle D’Aosta, la bandiera nera all’Assessorato alle Attività Produttive della Regione e all’Assessorato opere pubbliche, difesa del suolo e edilizia residenziale pubblica per voler facilitare a tutti i costi la costruzione di centrali idroelettriche, anche contro la volontà dei proprietari di terreni, dei residenti e dei turisti, delle amministrazioni comunali, delle associazioni ambientaliste, anche dove le norme, oltre che il buon senso, lo sconsiglierebbero.

“Da sempre Legambiente – aggiunge Vanda Bonardo, responsabile Alpi di Legambiente – interpreta l’ambiente montano come un laboratorio naturale, dove si sono sviluppati alcuni dei più notevoli esempi di adattamenti degli esseri viventi ai limiti della vita, dando origine a ecosistemi rari e fragili. Anche il ritorno di alcuni grandi predatori va inteso in questa prospettiva e perciò governato attraverso seri piani di azione. È, dunque, indispensabile che si comprenda che il territorio alpino è un territorio sensibile e delicato, che non deve essere sacrificato in nome della speculazione edilizia e di un turismo non sostenibile. Per questo anche quest’anno la Carovana delle Alpi vuole contribuire a dare visibilità alle azioni virtuose e di riscontrato successo attivate da amministratori, privati, associazioni, affinché diventino esempi modello a cui attingere idee e pratiche efficaci per una corretta tutela e valorizzazione delle Alpi”.

BANDIERE VERDI – La Carovana delle Alpi va, infatti, alla ricerca di quanti sviluppano progetti di tutela e salvaguardia della più grande catena montuosa d’Europa per premiare con le bandiere verdi l’impegno di quanti hanno mosso passi significativi verso uno sviluppo di qualità. Quest’anno a ricevere l’ambito premio sono state sette Regioni. In Friuli Venezia Giulia la bandiera verde va all’azienda agricola di Dordolla (Moggio Udinese) “Tiere Viere-AgriKulturAlpina”, per aver reinterpretato, rinnovandola, la tradizione contadina in una delle aree più spopolate della montagna friulana. Altro riconoscimento anche a Legnolandia, gli stabilimenti di Forni di Sopra e Villa Santina, per le soluzioni e gli accorgimenti adottati nei processi di produzione e per la valorizzazione del patrimonio forestale locale. In Veneto la bandiera verde è stata assegnata alla coppia di lupi Slavc & Giulietta, un premio simbolico che riconosce la straordinaria unicità dell’incontro tra il lupo dinarico-balcanico Slavc  e la lupa italica chiamata Giulietta. Dopo secoli di divisione, le due razze si sono rincontrate sull’altipiano Lessinico, da più di un anno fanno coppia fissa e i Monti Lessini sono divenuti la loro casa. Bene anche il Trentino con i comuni di Ala, Avio, Brentonico, Mori e Nago- Torbole e le Comunità di Valle della Vallagarina e dell’Alto Garda-Ledro per aver firmato l’accordo di programma sottoscritto il 15 giugno con la Provincia autonoma di Trento e per avviare il primo Parco naturale locale del Trentino, quello del Monte Baldo. In Lombardia la Bandiera Verde va al comitato per la tutela e la valorizzazione del territorio agricolo del piano di Bianzone per la passione e l’impegno profuso nella difesa del territorio agricolo, per le importanti iniziative organizzate e le battaglie legali e di rappresentanza messe in atto. Premiato anche il Piemonte, la bandiera verde va al Comune di Vignolo per aver messo in atto numerose azioni di tutela del territorio. Infine non delude le aspettative anche la Valle D’Aosta, dove l’associazione Vallevirtuosa e comunità valdostana riceve la bandiera verde per la vittoria referendaria contro la costruzione di un impianto di trattamento a caldo in un ambiente di montagna. Si tratta del primo referendum propositivo regionale valido a livello nazionale per la difesa del territorio alpino attraverso la richiesta di applicare una corretta politica dei rifiuti basata sulla loro gestione, senza partire dagli stadi finali dello smaltimento e recupero energetico.

L’elenco completo delle bandiere nere e verde è online sul sito http://www.legambiente.it

Bandiere VERDI e NERE2013 pdf scarica

L’Ufficio stampa Legambiente:

06.86268353-76

Articolo di Vanda Bonardo e Giuliano Cannata: NUBIFRAGI E SICCITA’ (pubblicato su Varieventuali 23 maggio 2013)

Nubifragi e siccità: quali difese per l’eporediese e il canavese?

frana_a12_frana3_a12_1Nubifragi e siccità si susseguono nell’eporediese e nel canavese, come nel resto d’Italia, senza soluzione di continuità.

Le consistenti precipitazioni di questo piovoso periodo primaverile insieme a quelle prossime dell’autunno, ora come nel recente passato (e probabilmente nel futuro prossimo) mettono alla dura prova un territorio estremamente fragile, tanto da farlo entrare in crisi per un nonnulla.

Allo stesso modo, presto, con le prime ondate di calore, lo stesso territorio si ritroverà a fronteggiare lo stress da siccità.

Da tempi non sospetti il mondo ambientalista ribadisce alcuni concetti, affermazioni che ora si vorrebbe finalmente veder tradotte in concrete azioni pianificatorie. Per ridurre il rischio occorre infatti invertire la rotta, ad esempio promuovendo la rinaturalizzazione delle aree più delicate e incoraggiando le attività economiche che valorizzano anziché pregiudicare le risorse ambientali. In questa particolare fase storica si dovrebbe affermare con più forza il principio per cui rispetto ad ogni altre azione sono prioritarie le politiche di contenimento della distruzione del paesaggio e delle aree agricole, di cementificazione di suoli e di interventi sconsiderati sulle acque. Occorre sostenere le buone pratiche di rimboschimento dei territori montani per aumentarne la capacità di ritenzione idrica. I Piani edilizi in sintonia con le migliori pratiche vanno inseriti in PRG centrati sul recupero dell’esistente piuttosto che su nuove aree di espansione.

Occorre recuperare le aree di esondazione e le zone umide lungo i fiumi per aumentare la capacità di rallentamento della velocità delle acque. Ripristinare le aree umide per aumentare il potere di autodepurzione dei corsi d’acqua e intervenire laddove non sono rispettate le norme sul DMV. Interventi questi indispensabili, sebbene non ancora del tutto compresi nella loro utilità, non solo nel sentire comune, ma anche da parte di molti tra coloro che si propongono a governare il territorio. Le odierne impellenti urgenze di far cassa oggi più che mai annebbiano anche i migliori propositi. C’è il fondato timore che il forzato rispetto del fiscal contract riduca ulteriormente i contributi statali con l’evidente rischio di un maggior uso degli oneri di urbanizzazione e simili, con effetti nefasti sul consumo del territorio e sul regime dei suoli e dell’acqua.

Tra le conseguenze perverse della febbre di distruzione del territorio che nel recente passato troppo spesso ha rappresentato il vero, l’unico obbiettivo “economico” c’è la tragica ripetitività degli interventi che ha prodotto in Italia orge di cemento e di cave di ghiaia (“messa in sicurezza…”), captazioni senza fine.

In specifico le due emergenze che si sono manifestate di recente nell’eporediese impegnano le future amministrazioni ad organizzare un piano di gestione semplice ma sicuro.

  1. Allagamenti delle strade urbane

Le cosiddette “acque di prima pioggia” dilavano un suolo reso impermeabile e vanno a intasare le caditoie e il reticolo drenante minore (spesso intubato in condotte “miste”pluviali più fecali) con portate molto alte anche se di brevissima durata, e limitato deflusso totale.

Il Comune insieme agli altri enti territoriali coinvolti, dovrebbero riuscire a riprendere in mano la pianificazione e la gestione di eventuali vasche o aree di accumulo delle portate di prima pioggia di scorrimento urbano, così come la separazione (ove conveniente) delle portate da convogliare al depuratore; ma soprattutto farsi carico della pulizia delle fogne e delle caditoie spesso ancora otturate dal fogliame autunnale all’epoca dei primi scrosci intensi.

  1. Alluvionamenti della sede autostradale.

Pur senza scendere qui in quella revisione accurata che l’Autorità di Bacino dovrà compiere sul nodo idraulico di Ivrea secondo le richieste di Legambiente, sembra chiaro che esiste un problema di sommersione della sede autostradale, pur limitata in altezza e di Tempo di ritorno alto (almeno ventennale). Nell’attesa di disporre di modellazione esauriente bisogna denunciare l’assurdità non disinteressata di un’opera devastante come la sopraelevazione. E’ infatti già fin d’ora evidente che in assenza di soluzioni idrauliche locali, una misura elementare di Allerta Rapida ben dimensionata nel rischio riporta il problema a una brevissima chiusura di qualche ora ogni vent’anni. Chiusura ordinaria e da sempre comunissima per motivi per es. di manutenzione o neve o incidente.

Per il calcolo dell’allerta si dispone ( in Val d’Aosta) di un sistema strutturato da pluviometri e da radar, e di monitoraggio idrometrico dell’onda di piena. Ma in carenza di ciò anche un modello di traslazione delle piena darebbe risultati sufficienti a decidere la chiusura con sufficiente anticipo, in presenza di una maglia d viabilità ordinaria da attrezzare e rendere chiaramente raggiungibile.

Vanda Bonardo

Giuliano Cannata*

* Docente di Pianificazione di bacino (Università di Siena), già Segretario dell’Autorità del Medio Tirreno e poi del Sarno, autore di “Governo dei bacini idrografici”, è stato Perito presso il Tribunale di Ivrea per l’alluvione del 2000

La maggiori associazioni ambientaliste oggi a Montecitorio per incontrare Bersani

“C’E’ BISOGNO DI UNA SVOLTA VERDE PER RILANCIARE L’ITALIA”

Incontro con Bersani che punta su un Programma d’Attacco

ass.ambient“Se, come detto dall’onorevole Bersani, il nuovo Governo deve definire un ‘Programma d’attacco’, per rilanciare il Paese si deve puntare decisamente sul Green Deal, su una Svolta per un’economia verde e rigenerativa che deve costituire il fulcro dell’agenda del futuro Governo, valorizzando gli elementi di forza (parchi, biodiversità, patrimonio culturale, produzioni di qualità), garantendo una roadmap verso il 100% di energie rinnovabili, un programma di piccole e medie opere immediatamente cantierabili per il risanamento e la manutenzione del territorio e una ri-conversione ecologica del nostro apparato produttivo che ricomprenda i costi ambientali per evitare che le minacce e i danni ambientali provocati dalle produzioni inquinanti ricadono sui cittadini e mettano a rischio anche gli asset di forza del Paese”, così commentano le maggiori associazioni ambientaliste CAI – Club Alpino Italiano, FAI – Fondo Ambiente Italiano, Federazione Pro Natura, Greenpeace Italia, Legambiente, Touring Club Italiano, WWF che hanno avuto un incontro questa mattina dalle 13.00 alle 14.00 a Montecitorio con l’onorevole Pierluigi Bersani, che ha ricevuto il mandato esplorativo dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

“Apprezziamo che per la prima volta nella storia repubblicana si chieda un incontro anche con le associazioni ambientaliste, riconoscendo loro un ruolo fondamentale nel contribuire con la tutela dell’ambiente, della biodiversità e dei beni culturali alla ricchezza della nazione”, aggiungono le maggiori associazioni ambientaliste, che hanno consegnato un sintetico documento su 10 temi 1.Energia e clima; 2. Trasporti e infrastrutture; 3. Consumo del Suolo, 4. Difesa del Suolo, 5. Bonifiche, 6, Biodiversità e aree protette, 7. Beni culturali e paesaggistici, 8. Turismo e ambiente, 9. Ministero dell’ambiente, 10. Diritti e delitti ambientali (vedi scheda di approfondimento in coda).

Le maggiori associazioni ambientaliste chiedono, anche, di dare piena attuazione alla Strategia Nazionale della Biodiversità, approvata nell’ottobre 2010, che stenta a decollare e di fissare un termine entro il quale approvare la nuova generazione dei Piani paesaggistici, che attendiamo dal gennaio 2010. Occorre che il Governo si occupi organicamente di Patrimonio culturale, della sua conservazione (tutela e cura), fruizione (turismo culturale) e ri-produzione di cultura”.

Le maggiori associazioni ambientaliste chiedono più coraggio nella ri-conversione ecologica dell’economia: “Il presupposto della Green Economy è la decarbonizzazione dell’economia e non quella di creare un “settore verde. – commentano le maggiori associazioni ambientaliste e aggiungono: “In questo senso, le proposte a breve presentate nel Programma di Governo dell’on. Bersani, ampiamente condivisibili nello specifico, vanno inserite in un quadro nuovo che preveda la progressiva fuoriuscita dalle fonti fossili. E’ necessario rivedere in quest’ottica la “Strategia Energetica”da poco approvata dal governo uscente: eliminare progressivamente l’uso del carbone e dell’olio combustibile nel settore elettrico, fermare le trivelle a mare, garantire strumenti efficaci e snelli alle rinnovabili per uno scenario 2050 a zero emissioni di CO2. Anche nel settore delle grandi opere si chiede chiarezza: si deve definire un Piano nazionale per la mobilità che serva a dare risposta ai gravi problemi di congestione e di inquinamento delle nostre città, abbandonare il Primo programma delle infrastrutture strategiche, che costituisce (con le sue 390 opere in elenco per 375 miliardi di euro) un’ipoteca per il futuro economico-finanziario e ambientale del Paese.”

Segue:
Scheda di approfondimento “Punti per una ri/conversione ecologica del Paese”

Roma, 25 marzo 2013

Gli Uffici Stampa
WWF Italia, Tel.: 06 84497 265/213; 02 83133233
Legambiente: 06 86268376 – 53
Touring Club Italiano, Tania Rao Torres/Chiara Catella Tel. 02 8526214; Cell.3493371029

Scheda di approfondimento:

PUNTI PER UNA RI/CONVERSIONE ECOLOGICA DEL PAESE
INCONTRO CON L’ON. PIERLUIGI BERSANI DEL 25 MARZO 2013

Quelle che vengono descritte qui di seguito sono alcune delle principali priorità individuate dalle maggiori associazioni ambientaliste CAI, FAI, Federazione Pro Natura, Greenpeace Italia, Legambiente, Touring Club Italiano, WWF tra le 80 proposte e 12 filoni tematici che sono stati illustrati nel Documento pre-elettorale “Agenda ambientalista per la Ri/Conversione ecologica del Paese”.

• ENERGIA E CLIMA – Confermare misure immediatamente applicabili quali gli sgravi del 55% per l’efficienza energetica degli edifici, ma nel contempo definire anche il quadro complessivo di intervento attraverso la convocazione di una conferenza energetica nazionale che veda la partecipazione delle organizzazioni non governative e abbia come obiettivo la revisione della Strategia Energetica Nazionale, approvata recentemente con decreto interministeriale. Revisione basata su due assi di intervento/obiettivi: 1. l’Obiettivo del 100% Rinnovabili al 2050 definendo una strategie di transizione che porti all’abbandono progressivo delle centrali alimentate con combustibili fossili, procedendo subito a non costruire nuove centrali a carbone ed ad olio combustibile e rinunciando a al piano di trivellazioni petrolifere off shore; 2. la definizione di una Roadmap nazionale di Decarbonizzazione e di uso efficiente delle risorse per i settori di produzione dell’energia elettrica, dei trasporti, dell’industria e dei servizi che sostengano la Green Economy.

• TRASPORTI E INFRASTRUTTURE – Procedere subito: 1. con tutti gli atti necessari alla liquidazione della Stretto di Messina Spa e alla caducazione dei rapporti concessori, convenzionali e contrattuali con il GC Eurolink, 2. ad un dibattito pubblico che porti ad individuare priorità di intervento per il potenziamento delle linee ferroviarie esistenti alternative alla trasversale ad AV a cominciare dalla Torino-Lione (come sta già avvenendo sull’asse Venezia-Trieste da parte del commissario governativo Bartolo Mainardi); 3. ad emendare l’art. 1 della Legge Obiettivo, l. n. 443/2001, laddove stabilisce che il Primo programma sia “automatica integrazione” del Piano Generale dei Trasporti e della logistica. In un quadro di più ampio respiro rivedere profondamente le procedure derivanti dalla Legge Obiettivo garantendo sedi di confronto tecnico, l’informazione e la partecipazione della cittadinanza e definire un Piano nazionale della mobilità che superi il Primo Programma delle infrastrutture strategiche (lievitato in maniera incontrollata tra il 2001 e il 2012 dai 125,8 miliardi di euro ai circa 375 miliardi di euro attuali) e abbia come priorità l’intervento organico nelle aree urbane, il riequilibrio modale dalla strada alla ferrovia in particolare per le merci e la riduzione delle emissioni di gas serra.

• CONSUMO DEL SUOLO – dal punto di vista delle modifiche puntuali alla normativa attuale: 1. definire una diversa modulazione del contributo di costruzione di cui all’art. 16 del DPR n. 380/2001 (Testo Unico Edilizia) in grado anche di premiare la riqualificazione statica e energetica del patrimonio edilizio; 2. reintrodurre il vincolo di destinazione del contributo di costruzione. escludendo che sia utilizzato per il finanziamento della spesa corrente. Dal punto di vista della innovazione normativa: a) elaborare una nuova legge di governo del territorio, che aggiorni la normativa urbanistica ferma al 1942, pervenire ad una legge sul contenimento per via normativa del consumo di suolo, non solo agricolo (partendo dal recente disegno di legge proposto sul tema dal ministro delle Politiche Agricole) e b) introdurre una imposta selettiva che disincentivi il consumo di nuovo suolo su aree esterne al già insediato e sui beni paesaggistici ai sensi del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, D.lgs. n. 42/2004.

• DIFESA DEL SUOLO – adoperarsi per un migliore coordinamento della normativa esistente e una identificazione chiara delle competenze e del sistema delle responsabilità, a partire dalle Autorità di distretto; aggiornare e adeguare i Piani di Assetto Idrogeologico nella logica multidisciplinare e sistemica della pianificazione di bacino, coerentemente con quanto previsto dalla Direttiva Quadro Acque (2000/60) e dalla Direttiva Alluvioni (2007/60) anche e soprattutto per favorire azioni per una politica di adattamento ai cambiamenti climatici. Garantire risorse adeguate e continue alla manutenzione del territorio e alla difesa del suolo. Il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare calcola che ci sia bisogno di 2,6 miliardi di euro l’anno per 15 anni per garantire la tutela e il ripristino degli equilibri idrogeologici ed ambientali.

• BONIFICHE – definire una strategia nazionale per garantire l’avvio concreto degli interventi di bonifica attraverso un’azione coordinata con le Regioni competenti (anche in relazione agli interventi non d’interesse nazionale) ed una messa in mora dei soggetti che ai termini di legge hanno l’obbligo di procedere ai ripristini ambientali ed alla messa in sicurezza dei siti contaminati. Infine, va ripristinato il reato di “omessa Bonifica”, previsto a suo tempo dall’art. 51-bis del Decreto legislativo n.22/1997 – c.d “Decreto Ronchi” che è stato sostanzialmente abrogato dall’art. 257 D.Lgs. n. 152/2006 e va cancellato il “condono” introdotto di fatto dall’art. 2 della legge n. 13/2009.

• BIODIVERSITA’ ED AREE PROTETTE – garantire subito nei provvedimenti di spesa, a partire dalla Legge di Stabilità, fondi sufficienti al funzionamento dei parchi terrestri e delle aree marine protette e organizzare la Terza conferenza nazionale delle aree protette in un quadro di certezze per la governance dei parchi nazionali e regionali. Operare perché si proceda alla progressiva integrazione degli obiettivi la Strategia Nazionale sulla Biodiversità approvata nell’ottobre 2010 con la programmazione nei diversi settori economici.

• BENI CULTURALI E PAESAGGISTICI – Per quanto riguarda i beni culturali, bisogna seguire le indicazioni date dal Presidente della Repubblica agli Stati generali della cultura il 15.11.2012. Occorre che il Ministero si occupi anche di cultura, di produzioni e di turismo culturali, oltre che di beni e di attività culturali, e bisogna al più presto reintegrare i Comitati tecnico-scientifici recentemente aboliti, rendendo monco il Consiglio Superiore. Il Ministero è in una situazione comatosa, pur avendo una capacità di spesa per investimenti di circa 500 milioni. Dispone per quest’anno di solo 90 milioni per mantenere e restaurare l’intero patrimonio: meno di un quinto di quanto è in grado di spendere in un anno. Servono, quindi, urgentemente almeno altri 200 milioni per permettere di compiere le sue funzioni ordinarie. Bisogna poi bloccare il taglio imminente di una cinquantina di soprintendenti e prevedere l’assunzione in tre anni di un migliaio di unità con varie qualifiche. Servono, poi, agevolazioni fiscali riguardo all’Iva, all’imposta sui redditi e alle sponsorizzazioni. I servizi aggiuntivi devono essere a breve reimpostati. E’ consigliabile consentire ai privati di dare il loro contributo progettuale, previsto d’altra parte nei codici dei beni culturali e dei lavori pubblici. Fondamentale è anche il rapporto con le Università, previsto nel progetto per Pompei, e che andrebbe sistematicamente adottato. Infine, per quanto riguarda il paesaggio, è da ricordare che nessun piano paesaggistico è stato fino ad ora approvato congiuntamente da Ministero e Regioni. Manca infatti nel Codice un limite di tempo per ottemperare a quest’obbligo di legge. Ciò si raccorda con la proposta della legge quadro nazionale per limitare l’uso dei suolo a fini costruttivi.

• TURISMO E AMBIENTE – Per definire una visione Paese e far crescere qualitativamente l’offerta e, dunque, per rendere l’Italia più competitiva sul mercato internazionale, si chiede un Piano nazionale per la qualità per consentire alle imprese di riposizionarsi e di sperimentare progetti di rete che impegnino gli operatori in percorsi condivisi e di crescita comune rispettando e promuovendo quelle attività innovative che valorizzano le vocazioni dei territori. Bisogna anche dedicare grande attenzione allo sviluppo del settore turistico del Mezzogiorno affrontando i problemi del buon uso del territorio, della criminalità e della sicurezza e del migliore impiego delle risorse derivanti dalla nuova programmazione dei fondi strutturali 2014-2020.

• MINISTERO DELL’AMBIENTE – Si deve bloccare la progressiva liquidazione del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare portando il suo bilancio annuale dagli attuali 450 milioni ad almeno 700 milioni di euro l’anno, per consentire di avere le risorse sufficienti per finanziare anche interventi in particolare nel settore della difesa del suolo. Si deve istituire inoltre un’Agenzia nazionale autonoma per i controlli ambientali, che svolga a questo fine attività ispettive, analitiche e di ricerca sul campo e coordini un sistema integrato di agenzie ambientali.

• DIRITTI E DELITTI AMBIENTALI – Si ritiene che si possa procedere a breve alla tutela penale dell’ambiente avendo come riferimento la proposta elaborata nella XV Legislatura dalla Commissione Bicamerale sul ciclo dei rifiuti, che aveva visto il consenso delle diverse forze politiche. Inoltre, se la legislatura avrà respiro si ritiene opportuna la introduzione, tra i principi fondamentali della Costituzione, del diritto alla tutela dell’ambiente da declinarsi, oltre che come diritto soggettivo, anche in termini di dovere, specie nei confronti delle successive generazioni.

CANDIDATI RISPONDONO A LEGAMBIENTE

  • legambiente_piemonteCome giudica la nostra proposta di legge? Ritiene di poterla sottoscrivere, impegnandosi concretamente a portarla in discussione in Parlamento?

Siamo stati tra i primi a sottoscrivere la proposta di legge poiché condividamo appieno le istanze sostenute e per questo ci impegnamo a portarla avanti in Parlamento.A questo proposito si rammenta che SEL intende rilanciare il dibattito sull’uso razionale di beni comuni come aria, acqua, suolo, territorio, paesaggio e biodiversità ben sintetizzati qui nel concetto di bellezza.

  • L’eccessivo consumo di suolo nel nostro Paese comporta la perdita di suoli agricoli e paesaggi, che vengono irrimediabilmente compromessi. Le nuove costruzioni non sono quasi mai giustificate dalle esigenze abitative e produttive. L’ultima denuncia è arrivata pochi giorni fa dall’Ispra che ha dichiarato che ogni secondo in Italia perdiamo 8 metri quadrati di suolo (oltre la media europea). Pensate sia un fenomeno da contrastare? Come?

E’ indispensabile contrastare il consumo di suolo.Per compiere questo passo indifferibile occorre ripartire dalla determinazione dei fabbisogni “reali”, ovvero necessari alla soddisfazione delle esigenze delle persone e delle attività economiche, alla qualità della vita e allo sviluppo. Contemporaneamente occorre rinunciare a tutti quegli interventi di corto respiro, spesso utili solo a far quadrare i bilanci degli Enti o peggio ancora a soddisfare piccoli gruppi di interesse.Affrontare le questioni urbanistiche, e, quindi, anche i processi attraverso i quali le pubbliche amministrazioni governano il territorio, significa inevitabilmente cercare di comprendere i processi che regolano le trasformazioni del territorio (sia esso urbano o extraurbano.).Il riferimento è alla formazione e appropriazione della rendita, ossia all’incremento di valore del territorio proprio per effetto delle scelte pubbliche relative alla destinazione dei suoli, alla loro densità di utilizzo, agli investimenti per la infrastrutturazione del contesto.

  • L’agricoltura sta assumendo un ruolo sempre più strategico per il futuro della nostra società e nonostante questo la politica se ne occupa molto poco, quali strategie, a suo avviso, andrebbero messe in atto per poter aiutare questo importante settore a migliorarsi e modernizzarsi pur nel rispetto della tradizione che caratterizza il nostro Paese? Ritiene sia necessario attuare politiche che aiutino e supportino le piccole aziende che non possono competere con l’agricoltura intensiva e industrializzata; se si quali? È favorevole o contrario agli OGM? È favorevole o contrario alle colture esclusivamente destinate alla produzioni non destinate all’alimentazione (biomasse, biodisel, ecc.)?

Vogliamo un’attività agricola che rappresenti un vero presidio ambientale del territorio. Un’agricoltura che garantisca reddito può arginare il fenomeno del consumo dissennato del suolo creando forze vive di pressione locale che si battano contro la destinazione delle aree agricole ad aree di edilizia residenziale e aree produttive. Così come vogliamo un’agricoltura che si occupi del ripristino ambientale, della manutenzione di sentieri e altra infrastrutturazione minore rurale.
Le politiche a favore dell’agricoltura e il rapporto con le lobby del settore devono chiudere le porte al puro assistenzialismo per stimolare la crescita di un forte comparto agricolo del futuro.
L’azienda agricola deve fare i conti con il mercato, anche se piccola, ma a questa vanno attribuite funzioni nuove di interesse collettivo come: la manutenzione idrogeologica, il miglioramento degli habitat agronaturali insimma un’agricoltuira multifunzionale e in tal senso vanno pensati i meccanismi di incentivi a sostegno delle piccole aziende.Va promossa anche la consapevolezza nelle aziende agricole di essere custodi (oltre che legittime proprietarie) del suolo agricolo inteso come vero patrimonio collettivo: di cui la collettività incentiva la custodia, la piena funzionalità produttiva, l’efficienza ambientale, il valore paesaggistico.
Siamo contrari alla coltivazione di OGM sul territorio italiano.
Per le biomasse è indispensabile prevedere una valutazione del bilancio del carbonio (LCA), che privilegi pertanto i residui e la provenienza locale, mentre più cauta deve essere la valutazione delle coltivazione dedicate. In tal senso si ritiene che le colture non alimentari destinate alla produzione di biomassa, biodiesel e bioetanolo,possano essere esclusivamente inserite in normali rotazioni agrarie o comunque in pratiche che consentano di ottenere produzioni adeguate in condizioni di bilancio energetico favorevole, di mantenere la fertilità generale dei suoli e di non distogliere in modo definitivo le superfici agrarie dalla loro naturale destinazione.

  • Come giudica la decisione della commissione agricoltura del Parlamento Europeo di impoverire o bloccare la maggior parte delle misure di greening, che obbligavano le aziende a mettere in atto una serie di azioni rivolte alla salvaguardia e miglioramento della biodiversità per poter aver accesso ai finanziamenti della PAC, e che, più in generale, avrebbero dovuto rendere l’agricoltura più sostenibile per l’ambiente. È a favore del greening? Pensa che le aziende agricole che percepiscono finanziamenti pubblici debbano dimostrare di svolgere un ruolo utile all’ambiente ed alla collettività? L’Italia, essendo uno dei primi contribuenti della CEE può incidere su queste decisioni: cosa pensa di poter fare affinché ciò accada realmente?

Esprimiamo il nostro netto dissenso relativamente al blocco delle misure greening e pensiamo che queste scelte possano essere riviste eventualmente anche con una bocciatura del bilancio da parte del Parlamento Europeo oltre che con il necessario pressing da parte del futuro governo italiano.Tra le varie misure da tradursi in fondi strutturali utilizzabili a livello regionale riteniamo importanti per l’intera collettività:
 Gli incentivi alla forestazione di pianura come compromesso tra riqualificazione naturalistica del territorio e opportunità di reddito. Conversione dei pioppeti e dei campi a cereali delle aree golenali e delle aree più scomode e meno produttive con bosco
 Gli incentivi al ridisegno del paesaggio agricolo con l’alternanza di colture, siepi, tratti boscati;
 La promozione dell’agricoltura in montagna, associata alla manutenzione territorio e dei sentieri;
 I centri per l’agricoltura biologia e per i servizi ai prodotti tipici;
 La promozione della filiera corta e dei prodotti tipici;;
 I rapporti stretti tra le associazioni dei produttori e i gruppi di acquisto collettivo;
 Le azioni per favorire l’approvvigionamento esclusivo di prodotti di stagione del territorio da parte della ristorazione e del ricettivo turistico-alberghiero;

  • I boschi sono un’importante risorsa multifunzionale: l’aumento del costo dei combustibili per il riscaldamento, nonché gli incentivi per la produzione di energia da biomassa hanno riacceso l’interesse verso il loro sfruttamento. La gestione forestale è in capo alle Regioni che hanno normative anche molto differenti tra loro. Tutto il settore risente di una pesante arretratezza e disorganizzazione che favorisce chi si improvvisa a svantaggio di ditte serie che operano ufficialmente sul mercato. Fatte queste premesse, cosa pensa si debba fare per garantire uno sfruttamento della risorsa che garantisca il mantenimento della sua multifunzionalità?
  • Pensa che il CFS debba essere riorganizzato, se sì come e con quali finalità? Pensa sia utile investire nel settore forestale, in modo certo e continuativo, anche per quel che riguarda lo studio e la conoscenza, visto il ruolo che gli viene riconosciuto nel contribuire alla lotta per il cambiamento climatico. Se sì con quali risorse? É d’accordo a cancellare il vincolo paesaggistico e dunque l’obbligo di compensazione facilitando la possibilità di trasformare un enorme quantità di boschi, come stabilito dall’art. 26 del decreto semplificazioni (L.35 del 4/4/2012)?

In questo particolare momento di crisi economica generalizzata, l’interesse che si è venuto a creare per lo sfruttamento delle nostre foreste va in qualche modo governato e indirizzato al fine di evitare che, utilizzazioni forestali senza regole ci privino di un patrimonio fondamentale che per essere mantenuto tale richiede il rispetto di regole ben definite.Si ritiene indispensabile e urgente rafforzare la tutela del patrimonio faunistico e ambientale, riformando così anche il Corpo forestale regionale, che soffre sempre più di carenze di personale qualificato e manca di direttive coerenti con gli obiettivi di tutela e valorizzazione dell’ambiente naturale. Per quanto sopra risulta quindi indispensabile investire nel settore forestale.Siamo contrari alla cancelazione del vincolo paesaggistico.

  • Si impegna a sostenere la taratura dell’incentivazione delle fonti rinnovabili in funzione della loro sostenibilità, in particolare togliendo gli incentivi in vigore per quelle fonti che, ad un esame di ciclo di vita, risultano avere un bilancio ambientale negativo a livello locale o globale, e incrementando gli incentivi per pratiche più virtuose, come ad esempio, la sostituzione dell’eternit sui tetti con pannelli fotovoltaici?

SI

  • Si impegna a propugnare la realizzazione di un deposito nucleare centralizzato nazionale opponendosi, viceversa, alla realizzazione di depositi nucleari locali?

SI

  • Si impegna a richiedere il ripristino della norma che impone il rispetto dei valori massimi di campo elettromagnetico ad alta frequenza per qualsiasi intervallo di sei minuti, e non come media giornaliera?

SI

  • Si impegna a promuovere l’adozione di misure organiche, che vadano oltre le logiche della raccolta differenziata, dell’incenerimento, dello smaltimento e della gestione dello scarto, al fine di passare da azioni sul consumatore (da continuare a sensibilizzare) ad interventi sul produttore, premiando chi sceglie di fabbricare simili prodotti, chi ingegnerizza, incentivando la produzione di beni con una vita più lunga, facilmente smaltibili a fine vita e riutilizzabili in ogni parte?

SI

  • Si impegna a sostenere l’ottemperanza alla nuova direttiva europea sui rifiuti che, tra gli impegni per ogni Stato membro, prevede entro il 12 dicembre 2013 la redazione del Programma nazionale di prevenzione?

SI

  • Nella proposta di legge per la bellezza si parla anche di repressione all’abusivismo edilizio, piaga che affligge tutta l’Italia anche se meno la nostra Regione. Non si può dire altrettanto per le ecomafie e i reati ambientali che, come denunciamo con il nostro annuale Rapporto Ecomafia e come emerso dalle ultime inchieste (Minotauro, Alba Chiara, ecc) non sono solo più prerogativa del sud Italia.
  • Da tempo noi chiediamo che i reati ambientali vengano inseriti nel codice penale. Cosa ne pensate? Come pensate di muovervi per arginare la criminalità ambientale?

La lotta alle mafie e alla corruzione per noi è parte essenziale di un grande e forte progetto di ricostruzione dei diritti sociali e delle politiche pubbliche.Per questo poniamo al primo punto del nostro programma sulla legalità il contrasto ai capitali e ai patrimoni dei corrotti e dei mafiosi per un loro riutilizzo sociale. In considerazione del fatto che gran parte del femomeno mafioso e dell’illegalità è riferibile ad atti contro l’ambiente consideriamo indispensabile l’introduzione nel Codice penale dei delitti contro l’ambiente, condannando con pene reclusive, crescenti in base alla gravità degli illeciti, l’inquinamento ambientale, la frode, il disastro, il delitto di ecomafia. Anche in questo senso raccogliamo e facciamo nostra la proposta avanzata dall’Associazione Libera per un forte rilancio della Legge La Torre e per una effettiva utilizzazione a scopo sociale dei beni confiscati. Riteniamo del tutto inadeguata l’attuale legge anticorruzione, nella quale mancano i capitoli decisivi del falso in bilancio e dei reati di auto riciclaggio e corruzione tra privati.

  • Si impegna affinché vengano messe in campo tutte le politiche necessarie per favorire entro il 2020 il raggiungimento del target 20-20-20 della mobilità (intese come percentuali di ripartizione modale tra biciclette, pedoni e TPL), quale risposta più efficace al disinquinamento e alla rivitalizzazione delle nostre città? In particolare si impegna a farsi promotore delle proposte contenute nel Libro Rosso della Ciclabilità e della Mobilità Nuova, che prevedono, tra l’altro, una revisione organica del Codice della Strada con una particolare attenzione agli utenti deboli della strada?

SI

  • Si impegna affinché si abbandonino progetti che prevedono l’ulteriore potenziamento della rete stradale e autostradale (es. tangenziale Est di Torino, Pedemontana del Monviso, collegamento autostradale Cuneo-Sisteron) nonché grandi opere inutili e dannose come il TAV Torino-Lione? Si impegna inoltre ad un sostanziale incremento delle risorse destinate al Fondo per il trasporto pubblico locale con l’obiettivo, sul territorio piemontese, di ripristinare e rilanciare le tratte ferroviarie recentemente soppresse e potenziare i servizi di trasporto pubblico locale?

SI

  • Si impegna affinché venga rispettato l’esito del referendum del 12 e 13 giugno 2011, attraverso cui 27 milioni di italiani hanno chiesto che l’acqua venga gestita da aziende di diritto pubblico e senza scopo di lucro? Si impegna, in primo luogo, affinché venga ritirata la delibera AEEG che ripristina il profitto sull’acqua? Si impegna inoltre a promuovere politiche di risparmio della risorsa acqua in tutte le sue forme?

SI

  • Circhi e spettacoli viaggianti sono destinatari di ingenti somme del Fondo Unico dello Spettacolo (circa 6 milioni nel 2010). Gli unici parametri a cui devono attenersi riguardo alla gestione degli animali sono le Linee guida della Commissione Scientifica CITES, peraltro sovente disattese. Sempre più persone, tra cui educatori e psicologi, sono contrari agli spettacoli che utilizzano animali, ritenendoli diseducativi e causa di maltrattamento per gli animali. In particolare, può essere giuridicamente configurato il maltramento di animali per quelli selvatici, trattandosi di specie le cui caratteristiche eco-etologiche vengono profondamente alterate; l’utilizzo di animali appartenenti alla fauna selvatica, inoltre, è una delle cause della cattura e commercio di specie esotiche anche protette o potenzialmente pericolose; molti Comuni hanno recentemente ricercato soluzioni per evitare l’attendamento di circhi/spettacoli con animali, spazi che andrebbero concessi secondo la legge 337 del 1968. Alla luce di questi fatti, si impegnerà nel sostenere con forza l’adozione di misure normative volte a vietare a circhi e spettacoli viaggianti ogni ulteriore acquisizione di animali (anche se frutto di scambio, affitto, cessione gratuita e riproduzione), a cominciare da quelli selvatici, a non rinnovare agli spettacoli che utilizzano animali, in particolare se selvatici, le autorizzazioni che annualmente devono essere sottoposte a revisione, e a privilegiare, nell’assegnazione del Fondo Unico dello Spettacolo, gli spettacoli che non utilizzano animali?

SI

  • In base alle disposizioni della Legge 157/1992 e dell’art. 842 del Codice Civile, un cittadino contrario alla pratica venatoria e/o che teme per l’incolumità sua e dei suoi animali domestici non può opporsi alla caccia su terreni di sua proprietà, a meno che non possa permettersi di recintarne il perimetro con una rete metallica, o un muro, di altezza non inferiore a mt 1.20, oppure tali fondi non siano delimitati da corsi d’acqua perenni, il cui letto deve essere fondo almeno 1.50 mt e largo non meno di 3 metri. Essendo questa normativa, che risale all’epoca del ventennio, in contrasto con il principio di uguaglianza dei cittadini, sancito dalla Costituzione italiana, che devono godere tutti degli stessi diritti davanti alla legge (art. 3) e che devono vedere assicurato il loro diritto assoluto alla proprietà privata riconosciuta e garantita dalla Costituzione in maniera esclusiva (art. 42), si impegnerà per una modifica in tal senso dell’art. 842 del C.C.?

SI

  • dal momento che le 4 specie appartenenti alla Tipica Fauna Alpina (lepre variabile, coturnice, pernice bianca, gallo forcello) possiedono un alto valore ecologico e naturalistico, non recano alcun danno alle attività umane e versano da anni in grave stato di sofferenza a causa sia delle modificazioni dell’habitat montano, sia del prelievo venatorio, si impegnerà per inserirle nell’elenco delle specie non cacciabili?

SI

  • in relazione anche a quanto accaduto negli ultimi anni circa le campagne contro gli allevamenti Morini e Green Hill e contro la ditta Harlan, che hanno visto la mobilitazione di migliaia di persone contrarie alla vivisezione sulla base dell’esistenza di alternative serie e scientificamente valide, si impegnerà affinché sia abrogato, in ogni campo, il generico e generalista obbligo di presentare dati raccolti tramite la sperimentazione animale, pur tenendo fermo l’obbligo per le aziende di fornire dati solidi, ottenuti nel rispetto del metodo scientifico, sui potenziali effetti dei nuovi prodotti (siano sostanze e/o tecniche e/o metodi) per cui si richiede l’autorizzazione al commercio, e affinché siano vietati nel nostro Paese l’allevamento, l’importazione, il transito e la detenzione di animali destinati alla vivisezione e vengano chiusi di quelli esistenti?

SI

  • in un contesto di crisi economica e politica quale quello che stiamo vivendo, le politiche giovanili rimangono un ambito fondamentale su cui puntare e investire? Noi riteniamo che lavoro, sapere e diritti debbano tornare al centro delle scelte strategiche per restituire fiducia e futuro al paese e crediamo anche che si debba costruire un nuovo sistema di welfare universale in grado di assicurare sia il diritto allo studio e l’accesso ai saperi, rimuovendo le disuguaglianze economiche e sociali di partenza, sia la continuità del reddito come fondamento dell’autonomia sociale per il superamento della precarietà lavorativa ed esistenziale delle giovani generazioni. Lei cosa ne pensa?.

Il sistema di welfare italiano, in parte lavoristico (dove i diritti sono riconosciuti in base al lavoro svolto e finanziati attraverso il versamento di contributi da parte di lavoratori e di imprese) e in parte universalistico (dove i diritti riguardanti la sanità, l’istruzione, l’assistenza vengono finanziati dalla fiscalità generale) manifesta una struttura ormai inadeguata nel rispondere alle nuove domande, alle nuove e crescenti diseguaglianze e povertà, e soprattutto all’esclusione dei giovani. Noi proponiamo di investire sullo stato sociale: esso prima di tutto non è un costo, bensì una condizione essenziale allo sviluppo e alla coesione sociale. Per questo proponiamo una riforma del sistema della formazione in linea con quel che chiede l’Europa.L’università e la ricerca devono essere considerati beni pubblici essenziali e perciò serve un piano straordinario di immissione in ruolo dei ricercatori.Inoltre per consentire alle ragazze e ai ragazzi l’autonomia e la libertà di sottrarsi al ricatto della precarietà proponiamo il reddito minimo garantito di 600 euro.

  • riguardo all’edilizia scolastica, crede che possa essere una soluzione la programmazione e pianificazione a lungo termine degli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria, che dia modo di analizzare i bisogni del patrimonio edilizio scolastico nella sua complessità ed interezza?

SI

  • Riteniamo che lavoro, sapere e diritti debbano tornare al centro delle scelte strategiche per restituire fiducia e futuro al paese e crediamo anche che si debba costruire un nuovo sistema di welfare universale in grado di assicurare sia il diritto allo studio e l’accesso ai saperi, rimuovendo le disuguaglianze economiche e sociali di partenza, sia la continuità del reddito come fondamento dell’autonomia sociale per il superamento della precarietà lavorativa ed esistenziale delle giovani generazioni. Lei cosa ne pensa?

Rispondiamo con i titoli dei capitoli del nostro programma a dimostrazione del fatto che per noi è imprescindibile un cambio di paradigma dove lavoro, ambiente, sapere e diritti costituiscano le colonne portanti sulle quali costruire il futuro economico e sociale dell’Italia.
Precisamente :
 Al Governo per la conversione ecologica dell’economia e della società italiana
 Al Governo per il sapere come leva di un nuovo sviluppo
 Al Governo per la difesa dei diritti
 Al Governo per l’Europa che vogliamo

Torino 21 febbraio 2013

Vanda Bonardo
Monica Cerutti
Fabio Lavagno

DIGA IN VALSESSERA E CONSORZI DI BONIFICA

In riferimento alla richiesta di confronto del comitato “Custodiamo la Valsessera” con i candidati, di seguito la posizione di Vanda Bonardo e Fabio Lavagno su Diga e Consorzi di bonifica. Una sintesi del documento sarà inviata successivamente in forma di comunicato stampa agli organi locali di informazione.

marcia_no diga_valsesseraIn riferimento alle richieste del comitato «Custodiamo la Valsessera» per una presa di posizione da parte dei candidati, per quanto concerne il progetto di diga in Valsessera (un invaso artificiale di 12 milioni di m3 nell’Alta Valsessera prov.Biella), desideriamo esprimere le seguenti considerazioni relativamente alla diga e al ruolo del Consorzio di bonifica.

DIGA

In un periodo di forte crisi economica come quello che stiamo attraversando è doveroso interrogarci sul senso dell’opera a partire da due semplici domande: “l’opera serve? a chi serve? “.

Il dato dal quale iniziare è quello relativo agli usi dell’acqua: quelli irrigui in Piemonte come del resto in tutta l’Italia, sono di gran lunga preponderanti, tanto da poter considerare trascurabili tutti gli altri. In Piemonte ogni anno si usano all’incirca 6000 milioni di metri cubi all’anno in agricoltura a fronte di all’incirca 450 per usi civili e 360 per usi industriali.

Considerato il pressoché totale uso in agricoltura dell’acqua invasata in Valsessera, per valutare l’utilità dell’opera occorrebbe dunque una corretta analisi della domanda irrigua ivi compresi gli enormi sprechi da sempre in uso in agricoltura.Ben sapendo che il Piano Tutela Acque, in applicazione delle Politiche Europee, dovrebbe necessariamente porre in atto concrete misure per il risparmio idrico. Semplici calcoli prodotti da esperti dimostrano che con sistemi di irrigazione più efficienti in Piemonte sarebbe possibile un consistente risparmio di acqua pari al 35%. Oltre alle misure di risparmio nei consumi al campo e alla efficienza delle reti di adduzione e distribuzione (ad ora inesistenti) vanno prese in maggior considerazione pratiche colturali risparmiatrici d’acqua. Da non dimenticare che, tolte le assurde eccedenze del recente passato, le produzioni di qualità di cui il Piemonte va giustamente fiero si trovano in gran parte nel settore meno idroesigente. Inoltre sempre più si chiederà agli agricoltori di svolgere un ruolo di presidio territoriale attraverso un’agricoltura multifunzionale, attività che ovviamente non necessiterà di notevoli fabbisogni idrici.

A ben vedere, a conti fatti c’è quindi il rischio concreto che si costruisca un’opera inutile per la comunità negli anni a venire.

Ciononostante, in questo caso i fautori del progetto pare non abbiano dubbi nel proseguire ostinatamente con l’iter progettuale.Siamo in presenza di una decisione già presa (anche al di fuori di ogni forma di partecipazione del territorio coinvolto), in dispregio al principio per cui prima si pianificano e si attuano tutte le politiche di risparmio idrico e razionalizzazione dei prelievi (così come si vorrebbe con il Piano Tutela Acque) e solo successivamente, ammesso che permanga il reale bisogno, si ipotizzano altre soluzioni, compresi gli invasi.

La scelta è totalmente al di fuori di quell’approccio territoriale integrato,indispensabile nelle società moderne, dove gli usi del suolo e delle risorse idriche devono essere strettamente collegati ad una rigorosa valutazione costi/benefici ambientali ed economici che si esplicita inninzitutto attraverso la valutazione delle “esternalità” ambientali, ovvero degli impatti generati da grandi infrastrutture come il progetto in oggetto.

A tale proposito giova ricordare i diversi aspetti relativi all’impatto di una diga:

• Sconvolgimento del regime del trasporto solido (sabbia ghiaia) a valle, con probabile conseguente innesco di fenomeni di erosione accentuata negli alvei e mancato apporto di sabbia alle spiagge marine

• Problemi connessi allo sfangamento degli invasi. E’ necessario ricordare che le dighe oggi non vengono quasi mai svuotate in Italia, anche per l’impossibilità di reperire siti idonei allo smaltimento dei fanghi;

• Cave di prestito degli inerti per la realizzazione delle dighe, con impiego di quantità enormi di cemento e altri materiali da costruzione

• Sottrazione di territorio, consumo di suolo e conseguente manipolazione degli ultimi ambienti naturali delle Alpi

• Urbanizzazione totale – con strade, infrastrutture e servizi vari – di un’ampia area a valle della diga, con annessi problemi di traffico e sconvolgimento dell’area per la durata di parecchi anni.

• Problemi connessi all’alterazione del regime naturale dei deflussi a valle che provocano gravi danni alle biocenosi fluviali.

• Stati di ansia negli abitanti a valle degli invasi con eventuali ripercussioni sul valore economico delle abitazioni.

• Cambiamenti del paesaggio, del microclima e dell’ecosistema. L’uso del lago come attrattiva turistica negli invasi da irrigazione è quasi sempre impedito dal fatto di dover essere un buco vuoto d’estate, offrendo così un paesaggio piuttosto desolato e privo di ogni attrattiva turistica. E in ogni modo, in genere gli invasi comportano modifiche peggiorative sia sull’ecosistema sia sul patrimonio storico-culturale

Ripercussioni rilevanti che devono essere note a tutti coloro che intendono continuare a sostenere il progetto e che riteniamo di dover porre innanzi a tutto nel governo del territorio. Questo progetto richiede un’assunzione di responsabilità da parte dell’intera comunità anche verso le generazioni future, non dimenticando che, se si costruirà, si opererà con soldi pubblici, in altre parole soldi nostri. In sintesi un’opera inutile e dannosa per la valle che va evitata soprattutto in considerazione della situazione di estrema penuria delle finanze pubbliche e della necessità improrogabile del loro buon uso. Al contempo riteniamo che si possa contribuire a sostenere il settore primario, aiutando direttamente gli agricoltori con contributi su investimenti per il risparmio e l’efficienza nell’uso della risorsa idrica, risparmiando così denaro pubblico ed evitando di sconvolgere un intero territorio.

CONSORZIO DI BONIFICA DELLA BARAGGIA

A proposito dei Consorzi di Bonifica giova ricordare come in questi ultimi decenni il legislatore nazionale più volte si sia posto l’esigenza di rivedere o addirittura di procedere alla soppressione dei Consorzi di Bonifica previsti con regio decreto 13 febbraio 1933, n. 215.Innanzitutto per il palese contrasto, per materie di competenza e funzioni concretamente svolte, con la finalità della normativa vigente, in particolare in riferimento alla legge 18 maggio 1989, n. 183, che ha introdotto “norme per il riassetto organizzativo e funzionale della difesa del suolo” .

Per l’appunto la legge n. 183 introdusse nel nostro ordinamento un sistema organico di soggetti, istituti e procedure, finalmente in grado di gestire le risorse idrogeologiche superando la frammentazione delle competenze e delle logiche di intervento.

Un’esigenza di riordino quantomai attuale in un periodo in cui si rende indispensabile l’efficienza e l’ottimizzazione delle risorse pubbliche.

I Consorzi, tuttora sono definiti rispetto ad un obsoleto concetto di bonifica che trovava ragione in un bisogno oramai superato di risanamento del territorio. Oggi , dopo la rivalutazione delle aree umide e la conseguente protezione, dopo un secolo di inquinamento industriale il termine bonifica ha assunto ben altri significati e bisogni! Le bonifiche e i relativi Consorzi, infatti furono introdotti nel secolo scorso con il regio decreto n. 215 del 1933, “Nuove norme per la bonifica integrale” in un tempo in cui l’assetto idrogeologico era precipuamente riferito all’eliminazione delle paludi a scopi igenici in (bonifica idraulica).Poi fu estesa al miglioramento dei terreni coltivabili (bonifica agraria) ed infine alla “bonifica integrale”, intesa allora come politica di riassetto territoriale per ampie estensioni con interventi molteplici ed integrati.

Assieme al regio decreto del 30 dicembre 1923, n. 3267, “Riordinamento e riforma della legislazione in materia di boschi e di terreni montani”, il decreto del ’33 é stato lo strumento con cui si é realizzata la bonifica dell’agro pontino ed avviato un piano di lavori pubblici e di riassetto territoriale allora significativo.

Al contrario i Consorzi di Bonifica negli ultimi decenni, in relazione al fatto che dispongono di entrate assai ridotte, hanno subíto un processo involutivo che li ha progressivamente distanziati dal ruolo istituzionale per essi previsto dal regio decreto n. 125 del 1993, per trasformarli in centri distributori di appalti non di rado inutili e di catastrofico impatto ambientale. Essi sono progressivamente divenuti centri di spesa importantissimi, di quella spesa pubblica, anche clientelare, che ha impedito nel settore dei lavori pubblici del nostro Paese l’affermarsi di effettivi meccanismi di concorrenza (e quindi di un mercato sano ed efficiente) a tutto vantaggio di imprese politicamente protette poiché dalla portata della loro spesa dipendeva la stessa esistenza dei Consorzi. Essi com’è noto hanno come pressoché unica entrata per la loro sopravvivenza la percentuale dell’13-16 per cento sul fatturato delle opere: una condanna a “realizzare” che ha finito con lo sganciare definitivamente tali opere da un qualsiasi effettivo interesse pubblico.

I finanziamenti che maggiormente hanno contribuito ad alimentarli sono stati per il Mezzogiorno, quelli della cosiddetta “legge quadrifoglio” (legge 27 dicembre 1977, n. 984) e per il resto d’Italia di fondi FIO, attraverso i quali si sono spesi centinaia o meglio migliaia di miliardi che sono serviti, contro ogni moderna visione di un corretto regime idrogeologico, a cementificare l’alveo di decine e decine di fiumi di tutta Italia (dalla Val d’Aosta alla Calabria) ed alla realizzazione dei dighe e bacini artificiali inutili e ad altissimo impatto ambientale (vedi Giuliano CANNATA, Governo dei bacini idrografici , Etas, Milano 1994).

Il trasferimento alle Regioni delle funzioni statali in materia di bonifica avrebbe potuto offrire l’occasione per una riforma del settore, in grado di inserirlo negli strumenti di pianificazione e gestione del territorio. Invece è risultato inefficace, mantenendo così inalterata la situazione.

Oggi, in una realtà completamente cambiata rispetto a quella novecentesca occorre che le Istituzioni preposte (Governo nazionale e Regioni) s’interroghino seriamente sul significato e su valore dell’ esistenza dei Consorzi di Bonifica e, qualora si decidesse di conservarli, su quale ruolo possono ancora assumere questi enti. E’ quindi urgente una riforma dei stessi,una riforma che, in caso di mantenimento,li attualizzi e ne ridefinisca ruoli e funzioni in coerenza con le determinazioni degli organismi di governo della risorsa idrica. Ciò significa innanzitutto ridefinire il concetto di bonifica e i compiti dei Consorzi rispetto alla tutela e salvaguardia del territorio e delle acque (legge 183 del 1989). Al contempo vanno rese più cogenti le funzioni di vigilanza e controllo da parte delle Regioni sia sul versante dell’uso e delle attribuzioni della risorsa sia su quello del governo degli stessi Consorzi.

E’in questo quadro che la Regione Piemonte (e il Governo) dovrà compiere un salto culturale di metodologia di programmazione: passare dall’attuale frammentazione di interventi non pianificati e gestiti dai Consorzi di Bonifica, dalle Comunità Montane o da altri enti ad una gestione unitaria della programmazione e degli interventi favorendo le esperienze positive in tutte le realtà regionali.

Si auspica quindi una profonda rivisitazione degli Consorzi di Bonifica,che metta mano seriamente alle realtà consortili inefficienti, per raggiungere l’obiettivo di una gestione delle risorse idriche sempre più corretta e sostenibile, visto il ruolo tutt’altro che marginale che questi enti ancora rivestono in questo settore.

In questo ridisegno si collocano anche il riordino dei Consorzi irrigui del bacino del Sesia e la riforma della natura giuridica del Consorzio Baraggia Vercellese e Biellese, così come proposto dall’ associazione di volontariato “Custodiamo la Valsessera”. Una richiesta che condividiamo e facciamo nostra.

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