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CIPRA: I grandi carnivori nelle Alpi, una convivenza possibile

Maggio 2018

I grandi carnivori nelle Alpi, una convivenza possibile

 

Un documento nel tentativo di sfatare luoghi comuni e fare chiarezza. Per una gestione razionale dei grandi predatori e a sostegno delle potenzialità offerte da questi nuovi reinsediamenti nelle Alpi italiane

La presenza dei grandi carnivori nelle Alpi italiane (lupo, orso, lince e sciacallo dorato).

Le Alpi italiane sono tornate ad essere abitate da grandi carnivori come l’orso, il lupo, la lince e lo sciacallo dorato. L’incremento della “naturalità” dell’ambiente montano conseguente all’abbandono di terre coltivate e l’aumento di cinghiali e altri ungulati selvatici, dovuto in gran parte a reintroduzioni, hanno ricreato le condizioni idonee al ritorno dei grandi predatori.

È accaduto spontaneamente per il lupo su tutto l’arco alpino e per lo sciacallo dorato in alcune zone delle Alpi orientali. Il ritorno dell’orso e della lince invece è dovuto essenzialmente a progetti di reintroduzione (reintroduzioni di linci in Svizzera e Slovenia; reintroduzione di 12 esemplari di orso bruno provenienti dalla Slovenia nel Parco Naturale Adamello Brenta grazie ad un Progetto LIFE).

 

Orso. Gli orsi, presenti fino agli inizi del Novecento a basse densità sul territorio italiano, a causa dell’uomo sono quasi del tutto scomparsi dalla catena alpina. A cominciare dagli anni Sessanta, l’abbandono da parte della vita rurale ha permesso ad alcuni individui provenienti dalla Slovenia di riavvicinarsi al territorio italiano. L’effettiva ripresa della popolazione ursina però è dovuta al progetto Life avviato nel 1999 dal Parco naturale provinciale Adamello – Brenta e dalla Provincia autonoma di Trento e sostenuto da diversi attori del volontariato ambientalista. Una popolazione ormai ridotta ai minimi termini e incapace di riprodursi a causa dell’età avanzata è stata rinsanguata dall’arrivo graduale di 12 esemplari provenienti dalla Slovenia. A fine 2017 gli orsi certi erano 43, ma si stima la presenza di una popolazione che varia dai 52 ai 63 esemplari con la presenza di 9-11 cuccioli (rapporto Grandi Carnivori 2017 Provincia autonoma di Trento). Al di là di questo nucleo, il territorio delle Alpi orientali italiane è frequentato da orsi in dispersione che nel periodo estivo, provenendo dalla Slovenia, si spostano in Friuli, in Veneto fino al Trentino orientale. Il successo numerico del progetto sta a significare che l’habitat consente di sostenere una popolazione vitale, in grado di svilupparsi fino a dare luogo a una certa diffusione nei territori limitrofi.

 

Lince. Scomparse dalle Alpi all’inizio del Novecento, la linci eurasiatiche sono state reintrodotte a partire dal 1970. Più di 40 anni dopo la prima reintroduzione di linci, la loro ricolonizzazione delle Alpi rimane limitata a singole popolazioni separate. Per quanto concerne il versante italiano, la presenza della lince è documentata sulle Alpi Giulie, in particolare nelle Valli del Natisone, nella Val Resia e Val Canale, dove è giunta dalla vicina Slovenia. Anche altri settori delle Alpi italiane sono raggiunti da singoli esemplari provenienti dalla popolazione svizzera. In Trentino ad esempio, nelle zone della Val d’Ampola e nel Chiese (dopo alcuni anni di presenza in Lagorai), vive stabilmente da diversi anni l’esemplare B132. È un esemplare isolato (maschio), quindi non destinato a produrre una popolazione locale. Rare segnalazioni si riscontrano in Valtellina, anche queste al momento senza possibilità di costituire nuovi nuclei. Si è rilevata altresì la presenza di singoli esemplari in Valle d’Aosta, provenienti dalla popolazione di linci del Vallese. Per alcuni anni un esemplare ha vissuto nel PNGP. Da molti anni è nota una frequentazione di singoli esemplari nelle valli del Gran S. Bernardo e Val Pelline. I conflitti per il bestiame sono limitati e abbastanza gestibili. La sopravvivenza della specie a lungo termine nelle Alpi è ancora minacciata da conflitti con gli esseri umani e dalla frammentazione della popolazione in territori separati. Le linci sono animali solitari, cercano riparo e tranquillità in aree boschive estese. La densità della lince è sempre molto bassa, in relazione agli elevatissimi requisiti spaziali ed all’organizzazione sociale. Le aree di attività possono essere molto variabili e dipendono dalla disponibilità di prede e dalle condizioni della popolazione, la grandezza media di un territorio è di circa 90 km2 per le femmine e di 150 km2 per i maschi (in Svizzera). Tali caratteristiche eco-etologiche determinano valori di densità della specie molto bassi, sempre inferiori a 3,5 adulti per 100 km2. La presenza nel versante italiano delle Alpi è oggi probabilmente inferiore a 20 esemplari.

 

Sciacallo dorato.  È un canide di medie dimensioni con un’ampia diffusione geografica: è infatti presente in Europa sud-orientale e centrale, Asia Minore, Medio Oriente e Asia sud-orientale. Recentemente ha ulteriormente ampliato il suo areale di distribuzione vero l’Europa centrale e occidentale approfittando indirettamente dei cambiamenti indotti dalle attività umane, in particolare l’eradicazione del lupo, uno dei suoi predatori, e dei cambiamenti climatici. Più piccoli di un lupo e più grandi di una volpe, gli sciacalli dorati vivono in coppia o in piccoli branchi in un territorio di pochi chilometri quadrati (da 3 a 5 km2). Lo sciacallo dorato ha abitudini alimentari opportunistiche: è sia predatore che spazzino. La sua dieta è composta da uccelli, roditori, pesci, insetti, carogne, talvolta piccoli ungulati selvatici, ma anche rifiuti e vegetali. Danni limitati alle attività umane possono verificarsi per predazioni su animali da cortile o agnelli; si registrano anche danni ai vigneti e a coltivazioni di frutta e ortaggi. Interessante notare che lo sciacallo dorato è uno dei principali predatori delle nutrie, tanto che in molte aree dove gli sciacalli vivono in buon numero le nutrie sono quasi completamente scomparse. Nella loro avanzata da Est verso Ovest, la specie ha raggiunto anche l’Italia Nordorientale: lo si può trovare nelle provincie di Udine e di Trieste, così come in Veneto, Treviso e Belluno, dove un adulto fu abbattuto per la prima volta nel 1984. Nel 1992 un giovane sciacallo viene investito a Treviso; ciò indica una probabile riproduzione della specie in Italia. La sua presenza nelle Alpi rimane comunque limitata e molto localizzata.

 

Lupo. Il lupo è scomparso dalle Alpi all’inizio del Novecento e in seguito la sua sopravvivenza è stata messa a rischio anche nel resto d’Italia, per persecuzione diretta e diminuzione delle prede disponibili. Alla fine degli anni ’60 ha raggiunto il minimo demografico fino a rasentare l’estinzione, sopravvivendo solo in piccoli nuclei nell’Appennino centro-meridionale. All’inizio degli anni ’70 si verifica un’inversione di rotta: il lupo diventa “specie particolarmente protetta”, contestualmente vengono attuate consistenti reintroduzioni di ungulati selvatici (perlopiù a scopo venatorio), in molte aree montane si assiste a una progressiva diminuzione dell’intensità di utilizzo del territorio e viene creata una rete di parchi e aree protette. Tutto ciò mette a disposizione del lupo grandi quantità di prede e ampi territori dove vivere relativamente indisturbato. Sono così gettate le basi per la progressiva ricolonizzazione degli areali perduti. Risalendo la dorsale appenninica, all’inizio degli anni ’80 il lupo fa la sua comparsa nell’Appennino ligure (Val Borbera, in Provincia di Alessandria) fino a raggiungere le Alpi Liguri e Marittime. La ricolonizzazione delle Alpi Occidentali inizia nei primi anni ’90. Il primo avvistamento risale al 1990 in Valle Pesio, nel 1994 è documentata la formazione del primo branco nel Parco Nazionale del Mercantour (Francia), in seguito alcuni branchi si stabiliscono nelle valli cuneesi; è del 1997 la prima documentazione della riproduzione di una coppia di lupi nelle Alpi occidentali, nel Gran Bosco di Salbertrand in Val di Susa.

La situazione attuale nelle Alpi è documentata dal progetto LIVE Wolfalps. Oltre al monitoraggio, le attività previste dal progetto (della durata di 5 anni, dal 2013 al 2018) comprendono misure di prevenzione degli attacchi da lupo sugli animali domestici e in generale l’individuazione di strategie volte ad assicurare una convivenza tra il lupo e le attività economiche tradizionali. Per quanto riguarda il monitoraggio, le stime di presenza minima nelle Alpi italiane riportata da Wolfalps sono di 188 lupi, suddivisi in una quarantina di branchi più alcuni individui solitari. La maggior parte di essi è localizzata nelle Alpi occidentali, in particolare in Piemonte, dove viene indicata la presenza minima documentata di 151 lupi e una trentina di branchi. (Nota bene: i dati riportati da Wolfalps si basano su analisi genetiche condotte su campioni biologici. Un rigoroso metodo scientifico che consente di determinare il numero minimo accertato di esemplari presenti, non si tratta quindi di una stima complessiva). Nel resto delle Alpi italiane sono presenti alcuni branchi in Valle d’Aosta e almeno 4 branchi più un paio di coppie e individui solitari nelle Alpi centrali e orientali. Particolare rilievo assume il branco della Lessinia (Veneto-Trentino), nato dall’incontro tra la popolazione appenninica, la lupa “Giulietta” giunta dalle Alpi occidentali, e quella dinarico-balcanica, il maschio “Slavc”, proveniente dalla Slovenia. A livello italiano mancano azioni di monitoraggio su scala nazionale, non sono quindi disponibili dati affidabili sulla consistenza della popolazione di lupo; le proiezioni/estrapolazioni della popolazione più recenti oscillano intorno ai 1.600-2.00 individui. È significativo però il fatto che il lupo è ormai presente in tutte le Regioni italiane, isole escluse: dall’estremo sud della Calabria e della Puglia, alla Val d’Aosta, alle Province di Trento e Bolzano, fino al Friuli. La presenza è pressoché continua in tutte le valli delle Alpi occidentali fino alla Val d’Aosta compresa, più localizzata e discontinua nelle Alpi centro-orientali. Una fase di espansione che si conferma a livello europeo, dove il lupo – con le recenti segnalazioni in Belgio, Olanda e Danimarca – ha raggiunto una distribuzione che tocca tutti gli Stati dell’Europa continentale, seppure in alcuni casi limitata a segnalazioni sporadiche.

Il lupo è una specie caratterizzata da una grande adattabilità. È un carnivoro generalista e opportunista, adattabile ad habitat molto diversi, specializzato nella predazione di grandi erbivori, ma capace all’occorrenza di cibarsi di animali di piccole-medie dimensioni, carcasse, animali domestici e rifiuti di origine umana. In Italia il territorio occupato da un branco varia da meno di 50 fino a 300 km2, in base alle caratteristiche ambientali e alla disponibilità di prede. Territori di limitate dimensioni sono stati riscontrati in alcune regioni dell’Appennino caratterizzati da una densità di ungulati molto elevata. Nelle Alpi il territorio di un branco ha un’estensione superiore ai 100 km2. La specie è monogama, una sola coppia si riproduce all’interno del branco (capi alfa), per dare alla luce 4-8 cuccioli che nascono nella tarda primavera. Per questo motivo gli individui giovani che non accettano la condizione di subordinanza vanno in dispersione, alla ricerca di un nuovo territorio  e di un partner per dare origine a un nuovo branco. Queste dinamiche impediscono che vi sia una crescita incontrollata e consentono di raggiungere un equilibrio tra prede e predatori, limitando la loro reciproca densità.

 

 

La normativa

Gli Stati alpini si sono ripetutamente espressi a favore di una coesistenza con i grandi carnivori. Trattati internazionali come la Convenzione di Berna, la Direttiva Fauna-Flora-Habitat della UE e Convenzione di Washington sulla protezione delle specie di fauna e flora selvatiche delle Nazioni Unite e leggi nazionali insieme all’istituzione di aree protette hanno imposto uno status giuridico di tutela sui grandi carnivori a rischio. ll lupo è diventato specie protetta in Italia dal 1971 (Decreto Ministero Agricoltura e delle Foreste). La Legge Nazionale 968/77 e la successiva 157/92 hanno definitivamente dichiarato il lupo specie particolarmente protetta, come l’orso e la lince. A livello comunitario il lupo e l’orso sono considerati “specie prioritarie”; ovvero specie “per la cui conservazione la Comunità ha una particolare responsabilità” e “per cui gli Stati membri garantiscono la sorveglianza dello stato di conservazione” (art. 11); “specie di interesse comunitario che necessita protezione rigorosa” (Allegato IV).

Per dare concretezza a queste norme e porre un argine alle gravi minacce che incombono sui grandi carnivori a livello europeo sono stati istituiti gruppi di lavoro e piattaforme quali la Piattaforma «Grandi carnivori, ungulati e società» della Convenzione delle Alpi e la «Piattaforma europea in materia di coesistenza tra uomo e grandi carnivori». I loro obiettivi sono simili.

La prima mira a trovare soluzioni per gestire grandi predatori, ungulati selvatici e società in modo armonioso. Il suo lavoro si basa su un approccio integrato che non si limita agli aspetti ecologici, ma si impegna a tenere conto degli aspetti economici e sociali.

La seconda si è data come fine quello di “promuovere modi e mezzi per ridurre al minimo e, ove possibile, risolvere i conflitti tra gli interessi umani e la presenza di specie di grandi carnivori”.

Nel 1995 sempre a livello europeo è stato istituito un gruppo di esperti “Large Carnivore Initiative for Europe” (LCIE) che fa capo alla IUCN, dedicato anche questo alla gestione e conservazione di grandi carnivori quali il lupo, la lince, l’orso e il ghiottone. Uno degli obiettivi prioritari della LCIE è la produzione di Piani di Azione Europei per ognuna delle specie di predatori.

 

In Italia nel 2015 il Ministero dell’Ambiente ha incaricato l’Unione Zoologica Italiana (UZI) di predisporre una proposta di Piano di Gestione e Conservazione del lupo a scala nazionale. Il documento, indispensabile per una buona gestione della presenza del lupo in Italia, da tempo è in fase di consultazione e quindi di approvazione in sede della Conferenza Stato Regioni. Data l’importanza del documento si auspica che questo Piano sia approvato al più presto, senza che vengano accettate le richieste della regione Toscana, del Veneto e delle province autonome di Trento e Bolzano che chiedono deroghe inopportune per abbattere parte della popolazione di lupo presente nei loro territori.

 

Il “Piano d’Azione interregionale per la conservazione dell’Orso bruno sulle Alpi centro-orientali” (PACOBACE), è stato ed è il documento di riferimento per la gestione dell’Orso bruno, dapprima in Trentino Alto Adige e poi sulle altre regioni interessate dalla presenza oggi ancora sporadica dell’orso (Veneto, Friuli- Venezia-Giulia e Lombardia).

 

 

Il valore della biodiversità.

Il territorio alpino rappresenta un anello molto importante per la biodiversità di tutto il continente.

La conservazione della biodiversità e degli equilibri eco-sistemici, per CIPRA fondamentale valore di riferimento, potrebbe rispondere anche alla complessa lettura dei diversi punti di vista rappresentati dagli interessi differenti, spesso opposti, degli stakeholders. La protezione dei grandi carnivori ha forti motivazioni di carattere ecologico infatti, i predatori svolgono un ruolo importante nella limitazione delle prede e di regolazione di tutto l’ecosistema. Limitano la presenza di erbivori selvatici e di cinghiali che causano consistenti danni a colture, pascoli e foreste. C’è un valore economico (sono specie in grado di attirare di un gran numero di persone e di valorizzare turisticamente le aree naturali in cui sono presenti), ma anche estetico (sono tra le specie più affascinanti) ed etico (ogni specie vivente ha il diritto di vivere in ambienti consoni). La motivazione ecologica è certamente la più condivisibile poiché più funzionale ai valori attuali della nostra società. Il lupo, l’orso e gli altri carnivori rappresentano un elemento fondamentale per la naturalità degli ecosistemi: la conservazione di queste specie induce benefici per tutte le altre componenti ambientali ad esse correlate.

La conservazione di popolazioni vitali di carnivori costituisce un contributo importante al mantenimento della biodiversità, anche per l’effetto “ombrello” su altre specie e sull’habitat.

La presenza dei grandi predatori sull’arco alpino porta benefici non trascurabili. Il successo del progetto orso in Trentino e quello della dispersione del lupo su tutte le Alpi dimostrano che l’habitat nel suo insieme è ricco e favorevole all’accoglienza dei predatori. Inoltre viene a chiudersi il cerchio della biodiversità portando sul territorio presenze apicali.

Altro aspetto non trascurabile da rimarcare, è l’azione di selezione che il lupo in modo particolare, essendo carnivoro, esercita sulla fauna selvatica. Mentre l’uomo non sempre interviene con un’azione selettiva corretta, l’arrivo dei grandi predatori costituisce un elemento di riequilibrio e miglioramento per le popolazioni di ungulati.

 

 

Il conflitto con gli allevatori: la prevenzione è la carta vincente per una convivenza accettabile

La presenza dei grandi predatori ci porta ad affrontare i problemi concreti causati dall’interferenza con la presenza umana e le sue attività, in particolare l’allevamento. Quello del pastore è un mestiere antichissimo, la cui salvaguardia consente il mantenimento di produzioni di qualità in aree marginali, interne e montane e la tutela di habitat di pregio ecologico e considerati prioritari dalla normativa internazionale sulla conservazione della biodiversità.

La recente espansione del lupo in territori da cui era assente da decenni, e più limitatamente dell’orso, ha riproposto problematiche di cui si era persa la memoria storica, imponendo all’allevatore del terzo millennio il confronto con un quadro faunistico di complessa gestione. In alcuni di questi contesti, il conflitto tra lupo e allevatori ha generato tensioni molto alte. Infatti, anche dove la densità di prede selvatiche ha raggiunto buone consistenze, il lupo rimane un carnivoro opportunista. Pertanto giovani lupi in dispersione, ma anche branchi e individui anziani, possono predare bestiame domestico, soprattutto se non adeguatamente difeso; le predazioni riguardano in particolare ovicaprini, ma in alcuni casi anche vitelli ed equini.

Per creare condizioni adeguate a consentire la permanenza dei pastori e delle greggi/mandrie sugli alpeggi, e allo stesso tempo garantire la conservazione a lungo termine dei grandi predatori, si impone un approccio volto a minimizzare il conflitto attraverso interventi di prevenzione e l’applicazione di normative che garantiscano indennizzi adeguati a chi subisce danni causati dal predatore.

L’eliminazione di alcune usanze di pascolo brado incustodito – oggi diffuse un po’ ovunque, a differenza di quanto accadeva fino a qualche decennio or sono –, l’adozione di opportuni sistemi di recinzione elettrificata, il ricovero notturno degli animali in stazzi e il corretto impiego di cani da guardiania selezionati in base a caratteristiche attitudinali, costituiscono le linee guida principali per minimizzare il conflitto e raggiungere una convivenza con il predatore non sempre facile, ma possibile – oltre che necessaria, dal momento che, al di là di scorciatoie più propagandistiche che altro, non si scorgono altre strade concretamente praticabili. Inoltre, emerge sempre più chiaramente che una gestione attiva degli animali domestici al pascolo, siano questi bovini oppure ovini, migliora la qualità della prateria alpina, intesa sia come pascolo sia come habitat in grado di ospitare una ricca biodiversità.

Parallelamente, da parte delle amministrazioni pubbliche sono necessarie efficaci misure di assistenza economica, sia per sostenere opere di prevenzione, sia per il risarcimento tempestivo nei confronti delle aziende che, nonostante la realizzazione di interventi adeguati, subiscono danni da predatori.

Anche la ricerca scientifica è chiamata a dare il proprio contributo, attraverso nuove conoscenze, elaborando e perfezionando metodi e tecniche di prevenzione e impegnandosi nella diffusione di buone pratiche. Occorre infine ricordare che la crisi dell’agricoltura di montagna, e in particolare dell’allevamento, parte da molto lontano, da ben prima che arrivassero lupi e orsi: ritardi nella modernizzazione, concorrenza dell’agricoltura di pianura, incapacità di fare sistema, carenza nell’organizzazione della filiera, inadeguatezza delle strutture, lo scarso valore attribuito ai prodotti tipici e locali, o ancora l’elevato importo degli affitti dei terreni destinati ad alpeggio.

 

Per quanto concerne l’orso è di fondamentale importanza l’applicazione del Piano d’Azione interregionale per la conservazione dell’Orso bruno sulle Alpi centro-orientali” (PACOBACE). Il progetto attualmente vive alcune criticità, occorre recuperare una diffusa accettazione del plantigrado nell’areale e coinvolgere gli Stati e le regioni confinanti nelle attività di tutela e monitoraggio ed evitare l’abbattimento degli esemplari che (inevitabilmente) superano i confini nazionali, come accaduto in Baviera e in Svizzera.

 

 

Importanza del monitoraggio

Il monitoraggio e la diffusione dei risultati, al di là dell’intrinseco valore scientifico, sono e devono essere intesi come una fondamentale base conoscitiva che permette di operare scelte corrette e di avere un approccio “laico” e non “emotivo”  nella gestione del selvatico, nel pieno rispetto del ben noto “principio di precauzione”, qualora ci si trovi a valutare e/o redigere piani, programmi, progetti e attività. La preoccupazione più diffusa a conclusione del progetto Live Wolfalps è che l’insieme di ricerca, sperimentazioni, diffusione di informazioni e conoscenze, venga abbandonato dagli enti pubblici. Una preoccupazione accentuata dal fatto della tendenza da parte delle istituzioni di alleggerire i controlli ambientali sul territorio. Un esempio grave e sconcertante è quello relativo all’accorpamento della specificità della polizia forestale nell’arma dei Carabinieri. La base del successo della presenza del lupo e dell’orso sulle Alpi è garantita dalla continuità offerta alla ricerca e al monitoraggio preciso della situazione. Solo sulla base di corretti dati scientifici si può procedere a una gestione del predatore priva di ogni altra strumentalizzazione.

 

 

Informazione e formazione

Come emerso con forza dai lavori conclusivi del progetto Wolfalps la scommessa della convivenza fra attività umane e del lupo si gioca innanzitutto sul piano culturale. Le paure delle persone per questi animali sono reali, non possono essere ignorate e meritano risposte adeguate in termini di informazione e formazione (a scuola come nel resto della società). Ancora oggi assistiamo a una gestione dell’informazione, specialmente quella che appare sulle agenzie di stampa e sui quotidiani, ma anche proveniente da alcune istituzioni pubbliche, approssimativa, allarmistica, strutturata su titoli eclatanti, che pubblica fotografie terroristiche o che nulla hanno a che fare con il problema. I media hanno molte responsabilità per il profilo della percezione pubblica dei grandi carnivori. Infatti, i pericoli di incidenti causati da altre specie (ad esempio cani o bovini) sono più elevati sia in termini numerici che qualitativi, tuttavia questo dato non si riscontra nei testi dei giornalisti. Un’informazione scorretta non può che alimentare paura, allarmi e disinformazione. Al mondo del giornalismo viene richiesta oggettività nell’informazione e controllo della provenienza delle notizie affidandosi solo a un approccio laico e razionale, mai emotivo.

 

 

Un’agenda politica scevra da campagne elettorali

Nelle Alpi il ritorno dei grandi predatori pone gli agricoltori davanti a nuove sfide di adattamento nella gestione delle attività. Per questo hanno bisogno del sostegno della politica e della società. Il ritorno dell’orso, del lupo, della lince o dello sciacallo dorato non rappresentano la principale difficoltà per l’agricoltura di montagna, ciò nonostante sono al centro di un aspro dibattito.

Recentemente in alcuni Paesi alpini si sta cercando di allentare lo status di protezione dei grandi carnivori. Appare alquanto discutibile la normativa che consente ai cantoni svizzeri di decidere autonomamente se sussistono le condizioni per autorizzare gli abbattimenti di lupi. In Francia si è arrivati a portare nel centro di Lione una grande manifestazione di allevatori e al sequestro di amministratori pubblici. Anche in Italia la situazione culturale e politica non entusiasma, anzi. È di questi giorni l’iniziativa di alcuni europarlamentari italiani che hanno coinvolto l’Unione Europea in un processo di discussione teso ad alleggerire il più possibile le forme di tutela del carnivoro affidando ampi poteri decisionali all’ambito locale regionale.

Per CIPRA Italia sono oltremodo preoccupanti le reazioni del mondo istituzionale specialmente nel Triveneto. Già nell’estate del 2017 la Giunta Regionale del Veneto toglieva unilateralmente il sostegno al progetto Life Wolfalps ritenendo, erroneamente, ma con grande sfarzo demagogico e populista, che il progetto sostenesse la reintroduzione del lupo nell’arco alpino. Durante l’inverno 2018 in contemporanea si è assistito a un tour impressionante di alcuni esponenti istituzionali del Trentino (assessori provinciali, europarlamentari e sindaci) che in affollatissime assemblee, invece di trasmettere conoscenze scientifiche oggettive, si scatenavano in show di puro carattere elettoralistico addossando ogni responsabilità della presunta “impotenza” ad agire verso il lupo allo Stato e a ordinamenti europei ritenuti superati, inefficaci, troppo attenti alla conservazione. In Sudtirolo diversi consigli comunali sono arrivati ad approvare mozioni che dichiaravano i loro territori “liberi dai grandi predatori, orsi e lupi”. I fatti elencati ci paiono culturalmente preoccupanti poiché le istituzioni pubbliche, invece di sostenere percorsi basati sulla scientificità delle informazioni, invece di costruire cultura dell’accettazione, hanno posto come obiettivo primario quello dell’«eradicazione del lupo».

Molti comuni, appoggiati dalle rispettive province autonome di Trento e Bolzano, stanno chiedendo al governo -“che le province possano esercitare una gestione autonoma della presenza dei grandi carnivori sul proprio territorio, con la possibilità di effettuare azioni di controllo per garantire la convivenza di questi animali con l’uomo”-.

Questi atti si pongono in netto contrasto con le norme europee e non aiutano a promuovere comportamenti responsabili anche da parte di coloro che in quanto cittadini italiani dovrebbero collaborare in modo fattivo alla soluzione del problema. Le istituzioni dovrebbero altresì impegnarsi a migliorare i meccanismi di coesistenza, reinterpretando la convivenza con i grandi carnivori così come accade in tutti i paesi sviluppati, non solo europei.

Non è accettabile che l’associazione dei contadini dell’Alto Adige si rifiuti di fare domanda per avere le recinzioni elettrificate, finanziate già oggi al 70% dall’ente pubblico. Le vorrebbero sovvenzionate al 100%, dimenticando però che con il Piano di Sviluppo Rurale ogni anno ricevono sovvenzioni pubbliche (quindi “soldi dei contribuenti”) nell’ordine di oltre 100 euro per ogni ettaro di pascolo, a fronte dell’unico impegno di portare il bestiame a monticare.

 

 

LE PROPOSTE

Di seguito, sono esplicitati in negativo e in positivo alcuni aspetti che CIPRA ritiene fondamentali per una buona gestione della convivenza con i grandi carnivori. Se le associazioni ambientaliste riconoscono che per gli allevatori il ritorno dei grandi carnivori comporta oneri e difficoltà, al contempo esse auspicano soluzioni più adeguate e articolate rispetto alla semplicistica proposta di ricorrere agli abbattimenti.

Che cosa non fare:

  • Il ricorso ad abbattimenti prima del consolidamento di popolazioni vitali a lungo termine deve evitato. Considerando l’intero arco alpino questo obiettivo è ancora molto lontano.
  • L’uccisione non è mai risolutiva. L’errore ad esempio di abbattere un capo alfa produce un moltiplicarsi degli effetti indesiderati e causa la disgregazione del branco.
  • Le decisioni in tema di grandi predatori devono fare riferimento a un’unica autorità statale e attingere al contributo di enti scientifici di respiro nazionale (ISPRA per l’Italia). Nessuna decisione sul tema può essere affidata a gestioni localistiche, nemmeno nel profilo delle autonomie regionali o provinciali.

 

Che cosa fare:

  • È necessaria una assunzione di responsabilità a tutti i livelli e una gestione del tema che comprenda le istituzioni pubbliche di tutto l’arco alpino con il fine di superare l’attuale disomogeneità istituzionale.
  • Gli investimenti di risorse nel potenziamento della ricerca e dei monitoraggi devono essere adeguati e costanti nel tempo.
  • Il mondo dell’allevamento va sostenuto nel tempo, anche finanziariamente, e, in base al contesto, aiutato nella scelta della giusta combinazione di precauzioni e di accorgimenti utili (recinzioni, cani da guardiania ecc.). È importante che i sistemi di prevenzione funzionino e che i risarcimenti siano pagati tempestivamente. Inoltre bisogna affrontare la problematica dei danni causati dai cani, randagi e non, che possono essere attribuiti al lupo e acuiscono il problema.
  • Il mondo agricolo va altresì aiutato a superare la visione negativa del lupo con azioni di pieno coinvolgimento degli operatori del settore: nel turismo come nella la promozione di prodotti tipici. L’agricoltura alpina contribuisce a conservare la ricca diversità biologica: i grandi carnivori fanno parte di questa diversità. In tal senso vanno fornite opportunità economiche come il branding dei prodotti.
  • Si devono investire risorse per combattere il fenomeno del bracconaggio e nella diffusione dei cani antiveleno, anche potenziando lo sviluppo e la diffusione delle unità cinofile antiavvelenamento. Si stima che in Italia il bracconaggio sia responsabile della morte di circa il 15 % dei lupi. Questo sistema di uccisione illegale avviene o tramite trappole o tramite avvelenamento, poche volte per uccisione con armi da fuoco. Si chiede alle istituzioni un potenziamento della vigilanza ambientale antibracconaggio su tutto il territorio alpino, azione che va svolta con personale altamente specializzato e sostenuta in modo continuativo.
  • Si deve combattere con incisività il fenomeno del randagismo. Inoltre in tempi brevi potrebbe rendersi necessaria una gestione degli animali da affezione predati dai lupi (soprattutto cani) attraverso la prevenzione, l’indennizzo e il controllo.
  • Va mantenuto il più alto possibile il profilo della diffidenza di questi animali selvatici nei confronti dell’uomo.
  • Occorre strutturare in modo uniforme su tutto l’arco alpino un’azione di informazione e formazione, mantenendola attiva nel tempo. La formazione va rivolta non solo al settore dell’agricoltura di montagna, ma anche al mondo degli operatori turistici e nelle scuole, assumendo come obiettivo primario quello della condivisione, infatti “quello che non si condivide non esiste”.

Last but not list

  • Il lupo e gli altri predatori nelle Alpi non sono la causa dei principali problemi degli agricoltori, ma rivelatori di problemi e difficoltà della filiera agricola in generale e in particolare della zootecnia e in quanto tali vanno affrontati e risolti con una gestione e visione strutturata nel lungo periodo.

 

Siamo in tempi di grandi cambiamenti strutturali (e tecnologici) oltre che sovrastrutturali nei quali la montagna è coinvolta al pari della città. In più occasioni CIPRA ha avuto modo di evidenziare come il progresso tecnologico da solo non basti per risolvere le recenti sfide nelle Alpi, tra queste: lo spopolamento, i cambiamenti climatici in atto e il consumo di risorse. Sfide che richiedono cambiamenti sociali e quindi culturali. Per produrre scenari di prospettiva nel futuro prossimo delle Alpi occorrono atteggiamenti razionali sia da parte degli abitanti della città sia di quelli della montagna. È pur vero che i differenti convincimenti sulla gestione dei grandi carnivori sono il risultato di modelli differenti di interpretazione e valutazione del rapporto uomo/natura. Tuttavia non sono più accettabili schemi di opposti estremismi dove le posizioni nei confronti dei grandi carnivori vanno dalla totale negazione di qualsiasi forma di coesistenza fino alla completa giustificazione e accettazione passiva di ogni conflitto uomo-animale. Le possibili vie di uscita impongono a tutti uno sforzo culturale non indifferente. Raccogliere la sfida significa costruire una nuova dimensione interpretativa della natura che vada al di là della contrapposizione tra “montagna-giardino” ma che al contempo sappia andare oltre le chiusure di alcune componenti del mondo rurale.

 

 

In conclusione, alcuni stereotipi e luoghi comuni da superare

  • “Li hanno portati…”, spesso addirittura lanciati con l’elicotteroÈ la madre di tutte le bufale, eppure diffusa da nord a sud e anche oltralpe fino ai Pirenei. Innumerevoli gli argomenti che si possono portare per smontare questa leggenda: l’operazione sarebbe complessa e molto costosa, non si capisce chi avrebbe potuto portarla a termine e per di più di nascosto (senza poi neppure prendersi il merito di un intervento finora compiuta solo negli Stati Uniti). Servirebbero competenze scientifiche, risorse logistiche e finanziarie. E non per ultimo… un allevamento di lupi. Sicuramente non ne dispongono le associazioni ambientaliste e neppure i “Verdi”, tanto meno i parchi, che peraltro sono controllati da consigli direttivi in cui gli amministratori locali sono da sempre ben rappresentati. Insomma, dobbiamo rassegnarci alla sobria realtà: i lupi hanno quattro gambe e sono in grado di compiere autonomamente grandi spostamenti – niente elicotteri!
  • I lupi sterminano le loro prede fino all’eliminazione totale, spesso si sente dire “Non ci sono più caprioli”, “Cosa succederà quando avranno mangiato tutti i caprioli, i daini, i cinghiali ecc.” – Ciò è impossibile, se i lupi sterminassero le loro prede non avrebbero possibilità di sopravvivere. Anzi, perirebbero ben prima dell’eliminazione delle prede, poiché si collocano al vertice della catena alimentare: al restringersi della base (costituita dagli erbivori), si riduce anche il vertice. Niente prede, niente lupi – se tale dinamica avesse potuto realizzarsi, il lupo si sarebbe estinto già da millenni. Del resto, anche nelle aree di presenza del lupo le popolazioni di ungulati continuano a prosperare.
  • Il lupo è una minaccia inaccettabile per l’uomo, “non si può più andare a spasso nei boschi… a funghi… non verranno più turisti…” – Le statistiche in tal senso sono ampiamente rassicuranti, da più di un secolo non si registrano attacchi all’uomo in Italia. Il lupo è un predatore opportunista e intelligente, in grado di acquisizioni culturali; ciò ha fatto sì che l’uomo non sia riconosciuto come possibile preda, ma venga identificato come una minaccia da cui allontanarsi il più rapidamente possibile. Nulla che possa impedirci di camminare tranquillamente in un bosco apprezzando il fascino che gli conferisce la presenza del lupo.

 

  • I lupi cacciano prevalentemente animali selvatici malati e anzianiÈ parzialmente vero, il lupo svolge un’azione di selezione sulle proprie prede, in quanto attraverso l’inseguimento riesce a isolare e predare gli animali fisicamente meno efficienti, come i vecchi e gli animali in condizioni non perfette, che però rappresentano solo una parte non prevalente della sua dieta. Per il resto riesce a predare senza problemi animali sani e in buone condizioni e una considerevole percentuale di esemplari giovani, quindi meno esperti, che rappresentano una quota consistente delle popolazioni di ungulati. Il prelievo di giovani costituisce un intervento che contribuisce a mantenere popolazioni in equilibrio, svolgendo una corretta selezione nella classe di età più numerosa.
  • Il lupo uccide solo per sfamarsi, in caso di uccisione di più animali spesso vengono incolpati cani o ibridi (o tipicamente “canidi”, forse nel velato tentativo di scagionare il lupo) – Non è vero. Mentre in condizioni naturali le prede sono generalmente libere di fuggire dai predatori, e quindi questi dopo l’uccisione della preda si concentrano sul consumo alimentare, in una situazione innaturale, come nei confronti di un gregge di animali domestici o addirittura all’interno di recinzioni, le prede non sono in grado di allontanarsi. Nella confusione che si scatena nel gregge inerme, il predatore, per così dire, “perde la testa”. In questo caso nel predatore selvatico, come del resto nel cane, si scatena un istinto predatorio che determina casi di uccisione multipla, un comportamento noto come “surplus killing”.
  • Il lupo non è assolutamente pericoloso per l’uomoÈ un punto delicato, non si vuole creare allarmismo e neppure affermare che il lupo rappresenti un pericolo reale. Tuttavia è ben diverso escludere in modo assoluto la possibilità di un’aggressione a un essere umano, che resta comunque un’eventualità altamente improbabile – e che potrebbe anche non verificarsi per secoli o addirittura mai. Le statistiche in tal senso sono ampiamente rassicuranti, da più di un secolo non si registrano attacchi all’uomo in Italia. Il lupo è un predatore opportunista e intelligente, in grado di acquisizioni culturali; ciò ha fatto sì che l’uomo non sia più riconosciuto come possibile preda, ma venga identificato come una minaccia da cui allontanarsi il più rapidamente possibile. Insomma, un rischio residuo minimo rimane presente, il che non deve impedirci di camminare tranquillamente in un bosco apprezzando il fascino che gli conferisce la presenza elusiva del lupo. Un’eventuale aggressione resta meno probabile di altri pericoli, remoti ma ben più consistenti, come ad esempio essere aggrediti da cani o colpiti da un fulmine, o per altro verso di una vincita al superenalotto – la legge di Murphy è sempre in agguato…

 

Testi a cura di Vanda Bonardo, Luigi Casanova, Carlo Gubetti, Francesco Pastorelli

Ulteriori informazioni: www.cipra.org/it/dossiers/grandi-carnivori

 

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