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DIGA IN VALSESSERA E CONSORZI DI BONIFICA

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In riferimento alla richiesta di confronto del comitato “Custodiamo la Valsessera” con i candidati, di seguito la posizione di Vanda Bonardo e Fabio Lavagno su Diga e Consorzi di bonifica. Una sintesi del documento sarà inviata successivamente in forma di comunicato stampa agli organi locali di informazione.

marcia_no diga_valsesseraIn riferimento alle richieste del comitato «Custodiamo la Valsessera» per una presa di posizione da parte dei candidati, per quanto concerne il progetto di diga in Valsessera (un invaso artificiale di 12 milioni di m3 nell’Alta Valsessera prov.Biella), desideriamo esprimere le seguenti considerazioni relativamente alla diga e al ruolo del Consorzio di bonifica.

DIGA

In un periodo di forte crisi economica come quello che stiamo attraversando è doveroso interrogarci sul senso dell’opera a partire da due semplici domande: “l’opera serve? a chi serve? “.

Il dato dal quale iniziare è quello relativo agli usi dell’acqua: quelli irrigui in Piemonte come del resto in tutta l’Italia, sono di gran lunga preponderanti, tanto da poter considerare trascurabili tutti gli altri. In Piemonte ogni anno si usano all’incirca 6000 milioni di metri cubi all’anno in agricoltura a fronte di all’incirca 450 per usi civili e 360 per usi industriali.

Considerato il pressoché totale uso in agricoltura dell’acqua invasata in Valsessera, per valutare l’utilità dell’opera occorrebbe dunque una corretta analisi della domanda irrigua ivi compresi gli enormi sprechi da sempre in uso in agricoltura.Ben sapendo che il Piano Tutela Acque, in applicazione delle Politiche Europee, dovrebbe necessariamente porre in atto concrete misure per il risparmio idrico. Semplici calcoli prodotti da esperti dimostrano che con sistemi di irrigazione più efficienti in Piemonte sarebbe possibile un consistente risparmio di acqua pari al 35%. Oltre alle misure di risparmio nei consumi al campo e alla efficienza delle reti di adduzione e distribuzione (ad ora inesistenti) vanno prese in maggior considerazione pratiche colturali risparmiatrici d’acqua. Da non dimenticare che, tolte le assurde eccedenze del recente passato, le produzioni di qualità di cui il Piemonte va giustamente fiero si trovano in gran parte nel settore meno idroesigente. Inoltre sempre più si chiederà agli agricoltori di svolgere un ruolo di presidio territoriale attraverso un’agricoltura multifunzionale, attività che ovviamente non necessiterà di notevoli fabbisogni idrici.

A ben vedere, a conti fatti c’è quindi il rischio concreto che si costruisca un’opera inutile per la comunità negli anni a venire.

Ciononostante, in questo caso i fautori del progetto pare non abbiano dubbi nel proseguire ostinatamente con l’iter progettuale.Siamo in presenza di una decisione già presa (anche al di fuori di ogni forma di partecipazione del territorio coinvolto), in dispregio al principio per cui prima si pianificano e si attuano tutte le politiche di risparmio idrico e razionalizzazione dei prelievi (così come si vorrebbe con il Piano Tutela Acque) e solo successivamente, ammesso che permanga il reale bisogno, si ipotizzano altre soluzioni, compresi gli invasi.

La scelta è totalmente al di fuori di quell’approccio territoriale integrato,indispensabile nelle società moderne, dove gli usi del suolo e delle risorse idriche devono essere strettamente collegati ad una rigorosa valutazione costi/benefici ambientali ed economici che si esplicita inninzitutto attraverso la valutazione delle “esternalità” ambientali, ovvero degli impatti generati da grandi infrastrutture come il progetto in oggetto.

A tale proposito giova ricordare i diversi aspetti relativi all’impatto di una diga:

• Sconvolgimento del regime del trasporto solido (sabbia ghiaia) a valle, con probabile conseguente innesco di fenomeni di erosione accentuata negli alvei e mancato apporto di sabbia alle spiagge marine

• Problemi connessi allo sfangamento degli invasi. E’ necessario ricordare che le dighe oggi non vengono quasi mai svuotate in Italia, anche per l’impossibilità di reperire siti idonei allo smaltimento dei fanghi;

• Cave di prestito degli inerti per la realizzazione delle dighe, con impiego di quantità enormi di cemento e altri materiali da costruzione

• Sottrazione di territorio, consumo di suolo e conseguente manipolazione degli ultimi ambienti naturali delle Alpi

• Urbanizzazione totale – con strade, infrastrutture e servizi vari – di un’ampia area a valle della diga, con annessi problemi di traffico e sconvolgimento dell’area per la durata di parecchi anni.

• Problemi connessi all’alterazione del regime naturale dei deflussi a valle che provocano gravi danni alle biocenosi fluviali.

• Stati di ansia negli abitanti a valle degli invasi con eventuali ripercussioni sul valore economico delle abitazioni.

• Cambiamenti del paesaggio, del microclima e dell’ecosistema. L’uso del lago come attrattiva turistica negli invasi da irrigazione è quasi sempre impedito dal fatto di dover essere un buco vuoto d’estate, offrendo così un paesaggio piuttosto desolato e privo di ogni attrattiva turistica. E in ogni modo, in genere gli invasi comportano modifiche peggiorative sia sull’ecosistema sia sul patrimonio storico-culturale

Ripercussioni rilevanti che devono essere note a tutti coloro che intendono continuare a sostenere il progetto e che riteniamo di dover porre innanzi a tutto nel governo del territorio. Questo progetto richiede un’assunzione di responsabilità da parte dell’intera comunità anche verso le generazioni future, non dimenticando che, se si costruirà, si opererà con soldi pubblici, in altre parole soldi nostri. In sintesi un’opera inutile e dannosa per la valle che va evitata soprattutto in considerazione della situazione di estrema penuria delle finanze pubbliche e della necessità improrogabile del loro buon uso. Al contempo riteniamo che si possa contribuire a sostenere il settore primario, aiutando direttamente gli agricoltori con contributi su investimenti per il risparmio e l’efficienza nell’uso della risorsa idrica, risparmiando così denaro pubblico ed evitando di sconvolgere un intero territorio.

CONSORZIO DI BONIFICA DELLA BARAGGIA

A proposito dei Consorzi di Bonifica giova ricordare come in questi ultimi decenni il legislatore nazionale più volte si sia posto l’esigenza di rivedere o addirittura di procedere alla soppressione dei Consorzi di Bonifica previsti con regio decreto 13 febbraio 1933, n. 215.Innanzitutto per il palese contrasto, per materie di competenza e funzioni concretamente svolte, con la finalità della normativa vigente, in particolare in riferimento alla legge 18 maggio 1989, n. 183, che ha introdotto “norme per il riassetto organizzativo e funzionale della difesa del suolo” .

Per l’appunto la legge n. 183 introdusse nel nostro ordinamento un sistema organico di soggetti, istituti e procedure, finalmente in grado di gestire le risorse idrogeologiche superando la frammentazione delle competenze e delle logiche di intervento.

Un’esigenza di riordino quantomai attuale in un periodo in cui si rende indispensabile l’efficienza e l’ottimizzazione delle risorse pubbliche.

I Consorzi, tuttora sono definiti rispetto ad un obsoleto concetto di bonifica che trovava ragione in un bisogno oramai superato di risanamento del territorio. Oggi , dopo la rivalutazione delle aree umide e la conseguente protezione, dopo un secolo di inquinamento industriale il termine bonifica ha assunto ben altri significati e bisogni! Le bonifiche e i relativi Consorzi, infatti furono introdotti nel secolo scorso con il regio decreto n. 215 del 1933, “Nuove norme per la bonifica integrale” in un tempo in cui l’assetto idrogeologico era precipuamente riferito all’eliminazione delle paludi a scopi igenici in (bonifica idraulica).Poi fu estesa al miglioramento dei terreni coltivabili (bonifica agraria) ed infine alla “bonifica integrale”, intesa allora come politica di riassetto territoriale per ampie estensioni con interventi molteplici ed integrati.

Assieme al regio decreto del 30 dicembre 1923, n. 3267, “Riordinamento e riforma della legislazione in materia di boschi e di terreni montani”, il decreto del ’33 é stato lo strumento con cui si é realizzata la bonifica dell’agro pontino ed avviato un piano di lavori pubblici e di riassetto territoriale allora significativo.

Al contrario i Consorzi di Bonifica negli ultimi decenni, in relazione al fatto che dispongono di entrate assai ridotte, hanno subíto un processo involutivo che li ha progressivamente distanziati dal ruolo istituzionale per essi previsto dal regio decreto n. 125 del 1993, per trasformarli in centri distributori di appalti non di rado inutili e di catastrofico impatto ambientale. Essi sono progressivamente divenuti centri di spesa importantissimi, di quella spesa pubblica, anche clientelare, che ha impedito nel settore dei lavori pubblici del nostro Paese l’affermarsi di effettivi meccanismi di concorrenza (e quindi di un mercato sano ed efficiente) a tutto vantaggio di imprese politicamente protette poiché dalla portata della loro spesa dipendeva la stessa esistenza dei Consorzi. Essi com’è noto hanno come pressoché unica entrata per la loro sopravvivenza la percentuale dell’13-16 per cento sul fatturato delle opere: una condanna a “realizzare” che ha finito con lo sganciare definitivamente tali opere da un qualsiasi effettivo interesse pubblico.

I finanziamenti che maggiormente hanno contribuito ad alimentarli sono stati per il Mezzogiorno, quelli della cosiddetta “legge quadrifoglio” (legge 27 dicembre 1977, n. 984) e per il resto d’Italia di fondi FIO, attraverso i quali si sono spesi centinaia o meglio migliaia di miliardi che sono serviti, contro ogni moderna visione di un corretto regime idrogeologico, a cementificare l’alveo di decine e decine di fiumi di tutta Italia (dalla Val d’Aosta alla Calabria) ed alla realizzazione dei dighe e bacini artificiali inutili e ad altissimo impatto ambientale (vedi Giuliano CANNATA, Governo dei bacini idrografici , Etas, Milano 1994).

Il trasferimento alle Regioni delle funzioni statali in materia di bonifica avrebbe potuto offrire l’occasione per una riforma del settore, in grado di inserirlo negli strumenti di pianificazione e gestione del territorio. Invece è risultato inefficace, mantenendo così inalterata la situazione.

Oggi, in una realtà completamente cambiata rispetto a quella novecentesca occorre che le Istituzioni preposte (Governo nazionale e Regioni) s’interroghino seriamente sul significato e su valore dell’ esistenza dei Consorzi di Bonifica e, qualora si decidesse di conservarli, su quale ruolo possono ancora assumere questi enti. E’ quindi urgente una riforma dei stessi,una riforma che, in caso di mantenimento,li attualizzi e ne ridefinisca ruoli e funzioni in coerenza con le determinazioni degli organismi di governo della risorsa idrica. Ciò significa innanzitutto ridefinire il concetto di bonifica e i compiti dei Consorzi rispetto alla tutela e salvaguardia del territorio e delle acque (legge 183 del 1989). Al contempo vanno rese più cogenti le funzioni di vigilanza e controllo da parte delle Regioni sia sul versante dell’uso e delle attribuzioni della risorsa sia su quello del governo degli stessi Consorzi.

E’in questo quadro che la Regione Piemonte (e il Governo) dovrà compiere un salto culturale di metodologia di programmazione: passare dall’attuale frammentazione di interventi non pianificati e gestiti dai Consorzi di Bonifica, dalle Comunità Montane o da altri enti ad una gestione unitaria della programmazione e degli interventi favorendo le esperienze positive in tutte le realtà regionali.

Si auspica quindi una profonda rivisitazione degli Consorzi di Bonifica,che metta mano seriamente alle realtà consortili inefficienti, per raggiungere l’obiettivo di una gestione delle risorse idriche sempre più corretta e sostenibile, visto il ruolo tutt’altro che marginale che questi enti ancora rivestono in questo settore.

In questo ridisegno si collocano anche il riordino dei Consorzi irrigui del bacino del Sesia e la riforma della natura giuridica del Consorzio Baraggia Vercellese e Biellese, così come proposto dall’ associazione di volontariato “Custodiamo la Valsessera”. Una richiesta che condividiamo e facciamo nostra.


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