Vanda Bonardo

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MONCALIERI, la collina che NON vorrei

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Lunch: 11am - 2pm
Dinner: M-Th 5pm - 11pm, Fri-Sat:5pm - 1am

convegno – novembre 2012
Vanda Bonardo, responsabile Ambiente e Territorio SEL Piemonte

L’incontro, per il tema che affronta, mi offre l’occasione di rilanciare anche in Piemonte la seconda grande campagna nazionale TERRA NOSTRA di Sinistra Ecologia Libertà per la cura e la manutenzione del territorio.
In questi giorni alcune aree (Liguria e Toscana) del nostro Paese sono nuovamente alla prese con gravi fenomeni di esondazioni e frane.Le alluvioni e i continui dissesti,insieme ai sismi sono un’evidente dimostrazione – qualora ce ne fosse ancora bisogno – di come il nostro Paese si mantenga in condizioni di estrema fragilità.
Siamo ad un anno esatto dal disastro di Genova. Il 4 novembre del 2011 sono caduti sulla città 500 mm di pioggia.Nel ’70, all’incirca nello stesso arco temporale ne precipitarono 800/1000 mm, ma con conseguenze ben più ridotte rispetto al 2011. Questo a dimostrazione di come i disastri attuali non possono essere imputabili sempliemente alla sfortuna o escusivamente ai cambiamenti climatici globali. Sarebbe troppo facile e, in qualche modo, anche deresponsabilizzante per il singolo amministratore.Peraltro occorrerebbe avere a portata di mano serie storiche di dati per capire se il cambiamento globale si riverberi direttamente sul regime delle precipitazoni nei singoli bacini. Vista la comlessità della materia, la cautela è d’obbligo.Un fatto però è inconfutabile: a pari di intensità di precipitazioni la risposta del territorio va peggiorando di anno in anno.
E’ enormemente aumentata la fragilità del sistema.In Piemonte l’87% (in Liguria il 99%) dei comuni è a rischio.
La consapevolezza di questo stato di cose richiede un’inversione di rotta per quel che concerne il governo del territorio, con particolarte riferimento al governo dei bacini (pianificazione, uso del territorio come difesa).Con il documento “TERRA NOSTRA “ formuliamo alcune proposte in tal senso. In specifico tra queste:
 una organica riunione interministeriale del CIPE che, d’intesa con le Regioni, riformuli le priorità della legge obiettivo mettendo in testa i piani-stralcio di bacino, una grande opera di “restauro” dei corsi d’acqua
 l’individuazione in ogni Comune degli eventuali interventi urgenti e possibili di delocalizzazione: I Comuni sulla base di direttive regionali dovrebbbero individuare le aree a rischio idraulico e geologico al fine di delocalizzare gli insediamenti a maggiore rischio e impedire che se ne costruiscano altri nelle medesime aree adattando gli strumenti urbanistici con apposite varianti
 una norma da approvare con legge nazionale affinché Regioni e Comuni blocchino da subito nuove costruzioni in tutte le aree di pertinenza fluviale e nelle aree contigue e definiscano misure volte ad arrestare il consumo ulteriore di suolo agricolo. La diffusa “cultura” del cemento e il frequente mancato rispetto delle regole hanno fatto danni.

In altre parole si propone un governo del territorio che, invece di continuare a basarsi sulla cementificazione, intervenga sul’uso del suolo per migliorarne la capacità di reazione .

La legge fondamentale per il Governo di Bacino è tuttora la 183/89 . Essa ha individuato le unità di bacino idrografico come elementi fondamentali per il governo dei fiumi e dei relativi bacini. Contiene tutti gli elementi affinchè si possano produrre politiche che sappiano coniugare il governo del suolo con l’intero ciclo dell’acqua. Al contrario, risultano piuttosto limitative ed inefficaci tutte quelle azioni che circoscrivono il problema all’asta del fiume, o alla “singola collina” negando le ovvie correlazioni con l’intero territorio. I problemi idrologici, idraulici e geomorfologici,in quanto complessi, esigono risposte complesse, non parziali o frammentate.
A questo proposito la letteratura degli ultimi anni ha introdotto il concetto di rischio passivo e attivo. Per aree a rischio passivo si intendono le aree dove il rischio si esplica, invece per aree a rischio attivo sono da intendere le aree dove il rischio si genera.
Le aree a rischio attivo sono distribuite sull’intero territorio e il loro differente utilizzo rende più o meno alto il rischio. Un criterio fondamentale di cui avvalerci per stabilire qual è la situazione di minor rischio attivo è quello di “ un rallentamento dei deflussi”,ovvero trattenere l’acqua il più possibile dove cade.
La copertura vegetale dà un contributo consistente al contenimento della precipitazione,è utile anche all’imbibizione e all’infiltrazione del suolo boscato.
Il Cemagref Grenoble (Centro Ricerca per l’ingegneria dell’agricoltura e dell’ambiente) sottolinea come l’impermeabilizzazione delle superfici tenda ad aumentare i volumi defluiti e in più le reti artificiali di drenaggio rettilinee e a bassa rugosità accorcino i tempi di risposta, esasperando la sensibilità del bacino.Non secondario è l’effetto della fittissima rete di infrastrutture, soprattutto strade, che ha completamente modificato e squilibrato l’assetto dei versanti di colline e montagne (Sarno docet).
Le zone a rischio passivo (quelle dove il rischio si esplica) sono superfici che una volta individuate devono essere messe in sicurezza o meglio, se possibile, sottoposte a delocalizzazione, ma se libere, è indispensabile che siano soggette a vincolo di inedificabilità (legge 267/99 e per il Piemonte circolare 7LAP del 1996 ) e/o di non uso del terreno, anche attraverso espropri con indennizzi.
Da non dimenticare anche quanto ci richiede la recente Direttiva sulla Gestione dei rischi da alluvione (2007/60/CE) e le misure previste dal Piano territoriale di coordinamento.
In estrema sintesi va quindi riaffermato il bisogno di un rigoroso governo del territorio avente come strumento la buona applicazione delle norme esistenti. E’ assurdo pensare di mettere in sicurezza aree a rischio, per poi subito dopo renderle edificabili!
Meglio sarebbe affermare il concetto di “uso del suolo come difesa” ovunque, anche per la collina di Moncalieri.La Collina è un patrimonio ambientale e naturale a ridosso di Torino di estrema importanza.Un bene unico, non riproducibile che presenta per sua natura una grande fragilità ( dovuta a pendenza, instabilità e struttura). Per questo quando si esamina una variante strutturale di questa portata occorre comprendere se :
 la variante è rispettosa dei vincoli posti dalla natura e quindi dalla geomorfologia e dall’idrologia (aspetti geologico, naturalistico e paesaggistico)?
 c’è stata un’attenta valutazione della stabilità dei terreni oltre alle aree più a rischio (III a -7 Lap)?

Inoltre, qual è la domanda d’uso? Poiché l’uso non è una variabile indipendente, Moncalieri ha effettivamente bisogno di crescere dal punto di vista del consumo di suolo?
Nelle persone è sempre più evidente la voglia di verde, la fuga dalla città.Ma, attenzione, tutto ciò non è sempre un bene, soprattutto se le politiche urbanistiche non sono all’altezza dei problemi. Pensiamo ad esempio agli aberranti aumenti di mobilità, indotti dallo sprawl urbano.
Un nuovo edificio, una volta costruito, è per sempre.Rimane, al di là dell’uso (reale o mancato) nel tempo.Il territorio collinare non può essere caricato troppo, anzi meglio sarebbe se si alleggerisse. Nel calcolo del carico urbanistico non ci sono solo le case, vanno inseriti i servizi: parcheggi, strade, trasporti pubblici, sistema fognario ecc. Che cosa è rimasto della rete di rii e fossi scolmatori? Sono ben note le difficoltà di trattamento delle acque reflue della zona. Per me sono ancora vivi i ricordi di quanto in occasione del BIG JUMP, il grande tuffo” nel Po organizzato da Legambiente, s’ incappava in dati scoraggianti sulla qualità delle acque, a causa di percolamenti e immissioni (dirette e non) di scarichi fognari nel fiume .

Interessante e positivo il riutilizzo di ville e cascine, a quando però il catasto delle superfici? Esso è indispensabile per evidenziare le possibilità di riutilizzo.
Ogni trasformazione si deve accompagnare ad una seria valutazione sulla necessità dell’opera . Emblematici in questo senso i dati della provincia di Torino su disaccoppiamento tra consumo di suolo e crescita demografica.

Oggi abbiamo anche un ddl nazionale che affronta il problema del consumo di suolo. Mi riferisco al Disegno di Legge cosiddetto ‘Salvasuoli’. Nei giorni scorsi la Conferenza Stato Regioni lo ha approvato, con sostanziali emendamenti proposti dalle regioni stesse rispetto al testo proposto dal Ministro Catania. La nuova versione del ddl, ora sottoposto al Parlamento per la conversione in Legge entro la scadenza della Legislatura, contiene aspetti fortemente innovativi rispetto all’originario DDL Catania.
Innanzitutto, il suolo è classificato come ‘bene comune e risorsa non rinnovabile che esplica funzioni e produce servizi ecosistemici’. Si tratta di un salto culturale e giuridico rilevantissimo, e non privo di ricadute. Inoltre la legge, a differenza della versione iniziale, tutela tutti i suoli, definendoli ‘agricoli’ in rapporto allo stato di fatto: non, cioè, in rapporto alle destinazioni urbanistiche dei piani vigenti. Inoltre, accogliendo le osservazioni ambientaliste, si stabilisce inequivocabilmente il divieto ai comuni di utilizzare le risorse derivanti da oneri di urbanizzazione per la copertura di spese correnti.

In conclusione, anche con il cenno alla nuova letteratura che si va sviluppando in campo urbanistico a livello nazionale c’ è un esplicito invito a rivedere l’iter dell’intera variante urbanistica


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